Non Si Giudica Un Libro Dalla Copertina. O Forse Sì

“Non si giudica un libro dalla copertina.”

Quante volte abbiamo sentito questa frase? Tantissime…

Eppure lo facciamo tutti.

Quando entriamo in libreria (a proposito, facciamolo più spesso. E portiamo con noi più persone possibili!) ci troviamo bombardati da suoni, immagini e colori.

La copertina più bella non è sinonimo di garanzia, anzi!

Una volta ho acquistato un libro che mi aveva conquistato con quella sua immagine, quel contrasto di colori…

E ora ricordo questo tomo per l’amaro in bocca che mi ha lasciato.

Certo, è pur sempre un ricordo, eppure scommetto che chi l’ha scritto avrebbe desiderato essere ricordato (o ricordata?) per altro…

Come si sceglie la copertina di un libro?

Voglio dire, cosa può colpirci in un panorama che ci propone di tutto e di più?

Colori sgargianti? Un’immagine forte, per esempio un cadavere o qualcosa di molto sexy, quasi hard?

Magari colori pastello? La riproduzione di un’opera d’arte?

La risposta, in realtà, non è una sola…

Ricordo che una volta lessi su di una rivista che una software house, intenta a ideare una copertina per un suo videogioco, Final Fantasy VII, optò per uno sfondo bianco con il titolo del gioco e il suo logo.

Una scelta azzardata, una scelta controcorrente, se consideriamo che tutti gli altri videogiochi avevano copertine con colori vivaci.

Ma, proprio per questo, quella copertina bianca svettava magnificamente in mezzo a quel mare colorato…

Un altro esempio è costituito dalla copertina di A Momentary Lapse Of Reason, il disco dei Pink Floyd del 1987.

Ottocento letti in ferro battuto (quindi pesantissimi) messi in fila su di una spiaggia. Considerate che, a metà dell’opera, una pioggia incessante ha costretto gli addetti a smontare tutto e ricominciare il giorno successivo!

In compenso ne è uscita una copertina magnifica, eppure tutti ricordano il mitico prisma di The Dark Side Of The Moon, un’immagine così semplice ma così evocativa…

E per i libri?

Il web è invaso da grafici che per pochi spiccioli o anche meno disegnano cover a dir poco stupende.

Voglio proporvi due esempi, due copertine che davvero parlano da sole.

La prima cover è quella de “I Figli del Male”, di Antonio Lanzetta.

Uno sfondo cupo, un contrasto tra il nero e il blu, un colore freddo ma anche molto caldo, a volte. (vediamo chi coglierà la citazione…)

Una figura solitaria che sembra sul punto di scomparire. O risorgere?

L’altra copertina è quella di “La Teoria di Camila”, di Gabriella Genisi.

Una spirale che tende all’infinito, un bianco e nero che ipnotizza e ci fa viaggiare con la mente.

Due scelte differenti per due copertine che, comunque, riescono a comunicare e ad attirare l’attenzione.

Un’ultima cosa, prima di chiudere: che amiate o meno queste due copertine, non esitate a leggere queste opere, vi posso assicurare che ne vale davvero la pena.

Quindi non giudichiamo un libro dalla copertina, rischieremmo di prendere davvero una cantonata. Magari buttiamoci giusto un occhio…

 

 

Roberto Baldini