Sulle tracce del… POMODORO e una sua impossibile intervista.

Sulle tracce del… POMODORO

Rosso, profumato, caldo di sole, circondato dai suoi colorati amici, melanzane, peperoni, zucchine e ciuffi di prezzemolo e di basilico, mi aspetta in un ovale di ceramica di Vietri, un piatto che ricorda i disegni di Irene Kowaliska, la grande artista polacca che nella cittadina campana trovò ispirazione e in cui fece ancora più grande la sua arte.

Il solo vedere quella immagine al centro di una tavola su cui si rincorrono la luce e l’ombra, che scivolano tra le cannucce di una pagliarella, predispone al realizzare questa intervista impossibile.

–              Come vuole che le parli? In peruviano dove sono nato? O in italiano?

–              Visto che siamo in Italia… ma mi racconti un po’ la sua storia

–              Mi chiamo Tomatl, il nome che mi avevano dato gli Atzechi, un nome che è rimasto, anche se storpiato, in alcune vostre regioni ed in alcune lingue europee, poi mi hanno chiamato mela peruviana, ma fu un senese, Pierandrea Mattioli, che mi diede il nome che porto ancora oggi: pomo d’oro.

–              Come mai pomo d’oro?

–              Perché quando fui portato in Europa, ero più piccolo, quasi una ciliegia, ed il mio colore era un giallo dorato. A proposito di ciliege, dovrebbe guardare un dipinto dell’Arcimboldi, sa quel pittore che gli usa ogni tipo di alimento per fare surreali ritratti. Dunque dicevo, l’Arcimboldi nel 1591 dipinse il ritratto di Rodolfo II° con due pomodorini al posto del labbro inferiore.

–              Questo vuol dire che in pochi anni, dal 1540 quando era stato portato in Europa e nel 1551 in Italia, era già diventato famoso!

–              Macché famoso! In Francia ero nei cataloghi come pianta ornamentale dove sostituirono il mio nome con pomo d’amore. Mi guardavano con diffidenza e certo non mi portavano in tavola come alimento!

–              E come fu allora, che divenne un ingrediente indispensabile della nostra cucina, in particolare di quella napoletana?

–              Come fu, come fu!

–              (E qui si arrabbia!)

–              Mi hanno portato via dalla mia terra, hanno estirpato le mie radici, e mi hanno messo ad abitare in un luogo che non avevo mai conosciuto ed in cui ero straniero. Mi hanno guardato con sospetto e diffidenza, ma ero bello, e per tutti, misterioso. Oltretutto crescevo solo se appoggiato ad un sostegno e quindi mi consideravano fragile e poco autonomo. Sa, un po’ quello che succede agli emigranti. La mia storia potrebbe diventare un simbolo, anche se non hanno mai pensato né gli Atzechi, né altri, a darmi una simbologia mitologica… Una sorte toccata anche alla patata, che arrivò in Italia quarant’anni dopo di me.

–              La prego, non divaghiamo. Mi pare che si stia allontanando dalla domanda.

–              Ha ragione! Ma certi ricordi… Dunque, fu un cuoco che lavorava dai gesuiti nel 1705, ad utilizzarmi per la prima volta, cotto. Ma solo nel 1839, a Napoli, si ebbe la prima ricetta di una pasta al pomodoro. Pasta che fino al quel momento era sempre stata condita con olio e cacio. Pensi a quanti anni ci sono voluti prima che fossi non solo accettato, ma per diventare un alimento nazionale.

–              E fino a quel momento?

–              Come le dicevo, ero considerato solo per la mia bellezza, Il Re Sole a Versailles, amava stupire gli ospiti presentandomi come rarità coperta di fiorellini gialli e palline giallodorate.

–              So che era considerato una pianta afrodisiaca

–              E’ così, ma per fortuna la scienza mi ha ridato dignità: Ha scoperto che il mio colore rosso, e tutti i prodotti della terra con questo colore, sono accumulatori di energia che viene liberata nel corpo appena sono ingeriti, diventando così anticancerogeni. Insomma, raccogliamo l’energia del sole trasformandola in ricchezza per la salute. Rosso, ho il colore della sensualità, della vita, della vitalità. Arancio, ho il colore della crescita del sole nascente, della gioia che aiuta ad affrontare la giornata.

–              In Perù e in Messico, le terre da cui proviene, erano tenuti in grande considerazione i sogni, ha idea che cosa significhi sognarla nel mondo occidentale?

–              Mi hanno detto che i pomodori acerbi preannunciano proposte allettanti, ma insincere- Maturi, sono incoraggiamenti per il lavoro- Freschi, indicano buona salute e forza di volontà- Secchi, invece, indicano ostilità. Se cotti, si avranno buone iniziative – Mentre si mangiano, ottimismo e fiducia nel futuro- Se si comprano, forza di volontà e resistenza fisica- Infine, se si colgono, tutto andrà bene e la gioia entrerà nella vita.

–              Mi ha lasciato senza parole. Un’ultima domanda. Se dovesse essere chiamato con un altro nome ancora, quale sceglierebbe?

–              Senza esitazione le dico “Barbara”

–              Barbara?

–              Significa Straniero, il nuovo che si inserisce sul vecchio, ed è quello che vorrei oggi diventasse lo straniero al pari di me, che ho superato sospetto e diffidenza soltanto con il mio lavoro e l’intelligenza e l’amore di chi mi ha coltivato, un amico da invitare a tavola, davanti ad un piatto di pastasciutta gocciolante di sugo al …pomodoro!

Nadia Farina