Il telefonino come espressione della propria maleducazione

Dell’episodio di maleducazione avvenuto a Catania l’11 marzo, al teatro Metropolitan, quando, durante lo spettacolo “Due”, i cellulari in platea continuavano a mandare squilli, se n’è parlato tanto sui giornali.

Questa volta i malcapitati sono stati gli attori Raul Bova e Chiara Francini, ma questo fenomeno, piuttosto, ahimè, ricorrente, ha riguardato, non molto tempo prima, ai primi di febbraio, anche uno dei nostri più grandi attori come Toni Servillo, premio oscar per “La grande bellezza” di Sorrentino.

Come se poi questo bastasse a rendere, se non educato, almeno un tantinello riconoscente quel pubblico che a volte si reca a teatro solo per dire di esserci stato e solo per becera vanteria, non certo per interesse e amore per l’Arte e la Cultura!

Eh sì, perché di gratitudine per chi ci rappresenta alla grande, si tratta!

Ma anche di rispetto per chi fa un lavoro bellissimo, ma difficile e lo fa per passione, mettendosi in gioco sempre.

Certo ogni attore risponde in modo diverso a seconda del suo carattere. Il Bova, costretto ad interrompersi è uscito di scena con stizza, per poi rientrare e finire per rispetto di quelli che invece volevano ascoltare. Alla fine non si è presentato a ricevere gli applausi finali del pubblico. Il Servillo, invece, durante una scena di “Elvira”, al teatro Bellini di Napoli, si è rivolto direttamente al disturbatore, invitandolo in modo educato a smettere di usare il cellulare e causando la reazione del pubblico che ha applaudito, prendendo le distanze dallo spettatore molesto..

Comunque sia, da qualsiasi parte lo si guardi, in qualsiasi modo lo si affronti, il problema non cambia.

Nel mio piccolo ne so qualcosa, quando, oltre allo sforzo di memoria, alla concentrazione a palla, ai fari accecanti, devo fare i conti con quel brillio accompagnato da un cri cri di grilli di platea fastidioso e anaffettivo.

Si proprio anaffettivo, come spesso lo è colui che ci spara in faccia flash, o ride in modo sgangherato o applaude fuori tempo massimo.

Beh, non sarebbe meglio educare il pubblico “da piccirillo”?

Se lo sforzo educativo non raggiungesse il suo obiettivo, non sarebbe il caso di ritirare i cellulari come si fa a scuola con quei discolacci di ragazzini, oppure, tuttalpiù, in modo meno traumatico, ma incisivo, farli depositare nel guardaroba insieme ai cappotti prima che inizi lo spettacolo?

Naturalmente la mia è solo una provocazione…chissà…forse sotto sotto un mio modesto sincero desiderio.

 

Annabruna Gigliotti