MI POSTO + TI PIACE = ESISTO

Visitare le pagine dei social network, oggi, equivale a sfogliare album di fotografie. Balza agli occhi l’enorme quantità di immagini che fotografano di tutto, preferibilmente persone, volti in primo piano, corpi interi o parti di esso.

Si tratta della moda del selfie, tra le più diffuse del momento, che spinge persone di tutte le età ad immortalare la propria immagine e immetterla in rete, arricchita magari da qualche accessorio particolarmente trendy o condita di atteggiamenti particolari, in una gara a chi è il più bello tra tutti e riesce a collezionare il maggior numero di like.

E’ una ricerca di attenzione e conferma, di uno sguardo che è diventato difficile trovare fuori. Una maniera di dire al mondo chi, come e dove siamo. Ci si vuole mostrare a più persone possibile, attestare che cosa si è, quanto si vale, comunicare stati d’animo e caratteristiche di sé, certificare la propria presenza. In sostituzione del confronto con persone vere, il compito del riconoscimento sociale viene affidato ad interlocutori virtuali.

Possiamo dunque dire che un aspetto fondamentale di questo fenomeno risiede nel problema dell’identità. Nel tentativo di reagire alla precarietà, all’insicurezza materiale, emotiva ed affettiva, all’incertezza dell’esistenza, alla mutevolezza del pensiero, all’instabilità delle relazioni, la foto ferma il momento immortalandolo. Un tentativo disperato di definire l’identità mediante un gesto reiterato e quasi compulsivo, privo di qualsiasi forma di analisi consapevole, mirato esclusivamente ad affermare e commemorare, a mettere in evidenza: come se mostrarsi e farsi vedere fosse la prova della propria esistenza, ricercata attraverso visibilità e consenso sociale.

La considerazione che si ha di se stessi va di pari passo ai “mi piace” collezionati su facebook, instagram e altri social. Il selfie segue precise tecniche, una serie di scatti alla ricerca della posa perfetta, dell’espressione migliore, l’applicazione di filtri e ritocchi, per condividere infine la foto che presenti la migliore immagine di sé. Un’immagine che deve suscitare apprezzamento e consenso, attraverso un interesse puramente esteriore, e nessuna attenzione al mondo interno, al valore personale, all’unicità di ciascuno.

In fondo si tratta della tecnica dell’autoritratto, nota fin dagli albori della fotografia, parzialmente rinnovata per essere adattata alla cultura tecnologica contemporanea, e decisamente facilitata dagli innumerevoli dispositivi digitali attraverso i quali viene realizzato l’autoscatto destinato alla condivisione in rete. Ma mentre l’autoritratto fotografico prevede ricerca artistica e studio consapevole, il selfie rientra nella superficialità di buona parte della comunicazione moderna. Questo non esclude che implichi una certa forma di ricerca o che abbia dei suoi contenuti: esso rappresenta la nostra essenza moderna, alla quale manca il vero senso dell’essere, che cerca di affermare la sua esistenza mostrando la propria immagine, spesso fittizia o contraffatta.

L’identità cede il passo alla sua falsificazione, come se si fosse perso l’interesse per quello che realmente è l’essere umano, trasformandoci tutti in immagini usa e getta, taroccate e prive di personalità.

Ciascuno duplicandosi si frammenta, si svuota di autenticità, si distacca dal reale, diventando parte di una moltitudine deprivata del senso, allontanata dal sé. E più si è distanti dal proprio sé, più si dipende dall’approvazione degli altri.

Gli aspetti di autocelebrazione ed esaltazione di sé, caratteristici di questo fenomeno, rimandano sicuramente ad una componente narcisistica. Il narcisista è alla continua ricerca di conferme ed è fortemente dipendente dall’approvazione altrui. Elementi distintivi della personalità narcisista sono proprio il bisogno di emergere e prevalere, la povertà dei valori, le forti ambizioni concentrate sui miti dell’esteriorità come ricchezza e successo, focalizzate su obiettivi superficiali di bellezza e potere.

La personalità narcisista è, in fondo, quella che meglio rappresenta la tipologia psicologica dell’individuo contemporaneo, che vive privato della sua reale natura, separato dal sé, identificato in un io falsamente grandioso e illusorio, lontano dalla conoscenza e dalla consapevolezza dei propri bisogni e debolezze, talenti e potenzialità.

Un individuo che vive una fanatica esaltazione di sé e si pone al centro del tempo e degli accadimenti, allontanando lo sguardo da essi e perdendosi l’essenza del vivere.

 

Nunzia Manzo