Don Pasquino Borghi, il Prete Partigiano

Gli abiti e oggetti del prete partigiano Don Pasquino Borghi, saranno presto traslati ed esposti presso la sagrestia della Chiesa di S. Pellegrino a Reggio Emilia. Ecco la sua storia…

Pasquino Borghi fu missionario in Africa per sette anni.   Monaco Certosino a Farneta (Lucca), cappellano a Canolo (Correggio) quindi parroco a Tapignola, fu arrestato a Villaminozzo. Subì insulti, violenze e percosse in diverse carceri e, dopo un processo farsa da parte del Tribunale Speciale (la cui sentenza fu redatta a esecuzione avvenuta), fu ucciso presso il Poligono di tiro di R.E. il 30 gennaio 1944. L’esecuzione da parte dei fascisti avvenne con fucilazione alla schiena, in quanto “colpevole di concorso in omicidio nelle persone dei militi fascisti”, di favoreggiamento ed ospitalità ad una banda ribelle e a prigionieri nemici. Nessun interrogatorio, nessun dibattimento, fu una rappresaglia.

Parliamo di una vita veramente straordinaria, ampiamente documentata ne “Il tempo e la vita di don Pasquino Borghi (Albertario), atti dell’importante convegno del 2003 a Bibbiano, nel centenario della nascita, organizzato dall’allora Sindaco Orio Vergalli.

Nato in una famiglia poverissima, ricevette una formazione severa ma ricca e “completa”nei Seminari di Marola e Seminario Urbano, una vera scuola “di valori”. Don Carlo Lindner, illustrando il programma di Pasquino e la sua vocazione “integrale, estremista, decisa a tutto”, riporta il fermo proposito del seminarista: “Metti gli altri prima di te, distacca il tuo cuore dalle cose di quaggiù dando generosamente a chi domanda tutto quello che puoi, servi prima il tuo prossimo e poi te stesso”.

Tapignola, piccola parrocchia in alta montagna che nessuno ambiva, dopo l’8 settembre del ’43 era un luogo strategico di transito di soldati sbandati, ex prigionieri alleati e partigiani che si stavano organizzando. Don Pasquino, antifascista e missionario sempre, agiva in stretta collaborazione con i tanti parroci impegnati nella lotta resistenziale sia in Appennino che in città, coniugando “carità e coraggio”, ritrovando “un patriottismo in ordine con la fede”, come ricorda Sandro Spreafico nei fondamentali volumi “I cattolici reggiani dallo Stato totalitario alla democrazia”, e realizzando “una cellula di Chiesa resistente nell’ integrità di vita sacerdotale”.

Il 10 gennaio del ’44 presso la canonica di S.Pellegrino, dove don Borghi si recava per aiuti, don Cocconcelli e Dossetti lo pregarono di essere più prudente perché a Villaminozzo il presidio fascista era al corrente dell’ospitalità che assicurava a tutti coloro che ne avevano bisogno, collaborando specialmente con “Carlo”, don Domenico Orlandini, e rischiando per questo la vita; lui rispose che per la Patria si può anche morire! E così sarebbe accaduto poco dopo presso il Poligono di tiro, dove un mese prima erano stati fucilati i fratelli Cervi: don Pasquino affrontò il martirio con altri otto patrioti, benedicendo, pregando, chiedendo perdono e perdonando i suoi assassini.

Il 30 gennaio 2018 la Messa di commemorazione sarà celebrata alle ore 10 dal Vescovo Massimo Camisasca in S.Pellegrino. Si potranno quindi vedere in sagrestia la tunica con i fori dei proiettili all’altezza del cuore, sulla manica destra ( mentre don Pasquino benediceva), i libri di preghiere e gli strumenti di mortificazione.

I R-esistenti di ieri e di oggi, che condividono i valori della Costituzione nata dalla Lotta di Liberazione, e si impegnano ad attuarla, sono chiamati ad essere presenti con riconoscenza, ricevendo motivazione e sostegno da una storia e da una memoria che ci orienta e che ha tanto a che fare col nostro futuro!

 

Il 7 gennaio 1947 il capo provvisorio della Repubblica ItalianaEnrico De Nicola, gli conferì la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Medaglia d’oro al valor militare
«Animatore ardente dei primi nuclei partigiani, trasfuse in essi il sano entusiasmo che li sostenne nell’azione. La sua casa fu asilo ad evasi da prigionia tedesca e scuola di nuovi combattenti della libertà. Imprigionato dal nemico, sopportò patimenti e sevizie, ma la fede e la pietà tennero chiuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai compagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e sulla soglia della morte la sua parola di fede e di conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio per assurgere nel cielo degli eroi

 

 

Fiorella Ferrarini