La poesia “dilettantesca” contemporanea: pensieri maliziosi (scomodando Wittgenstein ed Eric Berne)

Nel numero precedente di questa stessa rubrica, mi interrogavo sulla poesia “dilettantesca” degli “adulti maturi” (contrapposta all’Hip Hop, forma poetica tipicamente giovanile) …

… notando come la progressiva obsolescenza del metro e del verso “obbligati” (ovvero: con una ben precisa cadenza, e con la presenza evidente di assonanze e rime) abbia prodotto nel tempo due effetti:

a) dal punto di vista stilistico, una sorta di “liberi tutti”, entro cui la qualità è altamente opinabile (tanto è vero che la stragrande maggioranza delle sillogi viene prodotta a proprie spese: senza una mercato “pagante”, e, conseguentemente, senza editori che investano), e la massima occupazione formale di molti poeti sembra essere quella dell’ “andare a capo” ogni tanto;

b) dal punto di vista contenutistico, la presenza debordante di tematiche intimistiche, sviluppate in modo “lamentoso”, e senza palpiti di rivolta interiore, o ironia; conseguentemente, sono diventate progressivamente sempre più minoratarie la poesia erotica, satirica, politica, eccetera.

Insomma, una poesia sostanzialmente noiosa per chiunque non condivida lo stato d’animo del poeta, e non si rispecchi in esso, ma che comunque non intendo criticare più di tanto, sia perché l’aspirazione a confrontarsi con l’arte, con il linguaggio e con la bellezza è (e dovrebbe continuare ad essere) universale, sia perché l’esposizione scritta di uno stato d’animo malinconico rappresenta spesso una risorsa “terapeutica” nei confronti della possibile invadenza esistenziale degli stati d’animo deprimenti e frustranti.

Esiste inoltre una comunità di poeti e di artisti che magari non troverà mai mercato, ma è comunque ben disposta a leggersi e “condividersi” reciprocamente.

Il pensiero “malizioso” di oggi, mutuato da Wittgenstein, è che esistano “giochi linguistici” (come il genere di poesia sopra descritto), in cui “il bello” fa da alibi (questo però Wittgenstein non lo dice!) …

… mentre ciò che conta veramente sono le “forme di vita” che si sviluppano attorno ai “giochi linguistici” stessi: esse prevedono, come dicevo, la lettura reciproca, la condivisione sui “social” e l’appartenenza “gloriosa” ad una Comunità (quella degli artisti e degli scrittori).

MA ANCHE QUALCOS’ALTRO, che mi appresto qui a descrivere.

E’ in atto, secondo me, una massiccia deresponsabilizzazione nei confronti del corteggiamento, della seduzione e, soprattutto, delle avances più esplicite e “conclusive”, che restano comunque necessarie, anzi: indispensabili, affinché si arrivi ad una qualche attività sessuale, soprattutto fra persone che si conoscono poco.

Scrivevo, sempre nel numero scorso de “lintelligente” (rubrica “Amore e Erotismo”) che, per ottenere questa deresponsabilizzazione, le generazioni più giovani fanno ricorso all’alcool e alle droghe (un vero fenomeno di massa: quando approda ai giornali, o alle aule dei tribunali, per qualche errore, eccesso o crimine, ciò rappresenta solamente la punta dell’iceberg).

La mia tesi è che la “poesia dilettantesca” malinconica e/o lamentosa svolga, fra gli adulti, un ruolo similare a quello dell’alcool e delle droghe fra i giovani: un gigantesco preservativo emotivo!

Ma con una differenza fondamentale: mentre nei giovani “sballati” domina il “ti ho corteggiata/o, tampinata/o, scopata/o perché non ero in me” …

… negli adulti “poetici e lamentosi”, un po’ per i fallimenti oramai intercorsi (separazioni, divorzi, illusioni, frustrazioni, violenze più o meno conclamate), un po’ perché le conseguenze di ulteriori approcci ed incontri “sbagliati” diventano sempre più esorbitanti (dalle maldicenze sui “social”, fino alle denunce), si lavora “a preventivo”:

“Non pensate di poter infierire su un fiorellino come me: forse perché troppo provvista di animo poetico, ho dovuto affrontare vicende sentimentali difficoltose e deprimenti”.

“Gli altri potrebbero, io no, perché anch’io sono stato sfortunato come te, probabilmente a causa del tuo stesso animo gentile e poetico, e quindi sono totalmente inoffensivo; di me ti puoi fidare!”.

E così via, sempre poetando in modo “bello” e “sublime”.

Insomma, la “forma di vita” sembrerebbe essere quella di “giocare alla poesia” per condividersi reciprocamente, oltre i limiti del testo scritto, e (perché no?) nell’ambito del corteggiamento, ma usando il gigantesco preservativo emotivo costituito dalla comune ricerca “poetica” del bello e del sublime …

un’attività che la filosofia di Wittgenstein ben descrive (“forme di vita”; “giochi linguistici”), ma che potrebbe essere ulteriormente indagata mediante il concetto di “passatempo”, tipico della psicologia di Eric Berne:

http://www.scienzepostmoderne.org/DiversiAutori/Brand/PensieroBrand.html

http://www.puntogestalt.it/site/chi-siamo-pegasus/18-massimo-galiazzo/100-a-che-gioco-giochiamo.html

In fondo, se poi ci si legge solamente per cortesia reciproca, per amicizia o per facilitazione del corteggiamento, cosa importa?

Di poesia interessante, nonostante tutto, ne rimane!

 

 

Gianfranco Domizi.