Tracce e memorie delle donne – Intervista a Giorgi Liliana

Per la rubrica Tracce, concludo la trascrizione integrale dell’intervista a Giorgi Liliana, con il racconto di quelle “giovinezze” caratterizzate dalla lotta per i diritti, il lavoro, il contrasto alla miseria, e le prime agitazioni sindacali. 

 Giorgi Liliana – Seconda parte – (Trascrizione integrale)

Finita la guerra, la miseria era ancora tanta. C’era la grande disoccupazione. Le famiglie bisticciavano fino a fare a botte anche solo per avere quindici giorni all’anno di lavoro. Si, si soffriva la fame … anche dopo la guerra. Qui in montagna non c’era lavoro, così, a tredici anni sono adata a Milano, a lavorare come donna di servizio. Ero una bambina. In quella casa di signori, non arrivavo nemmeno allo scolapiatti e la “padrona” mi aveva dato un banchettino per arrivarci. Era il ‘48. Ho compiuto i quattrodici anni a Milano.

Nel dopoguerra, la mia casa era composta da quattro stanze dove abitavamo in nove. Nella camera di mia madre c’era un letto matrimoniale dove dormivano mamma, papà e la più piccola di noi sorelle, poi un lettino dove dormivamo io e mia sorella, una di testa e una di piedi. Per lavarci c’era il fosso dietro casa. Il bagno? C’erano i campi. Nel fosso lavavi tutto, anche la roba.

In cucina, al centro, c’era la stufa a legna, di ghisa, molto bassa. Per coprire i due buchi della stufa erano state usate due eliche di bombe che mia madre aveva trovato nel fiume, dove sorvolava Pippo.

Avevamo le posate in ottone e qualche piatto in tutto.

Spesso si mangiava brodo con fagioli. Il brodo per primo … e i fagioli li mettevamo da parte come secondo.

Mia mamma riusciva a fare una sfoglia grandissima con un solo uovo. Aggiungendo solo l’acqua. Quando da Milano scrivevo a casa, a mia mamma, dicevo sempre di farmi trovare, al mio ritorno, la sua sfoglia come al tempo di guerra. Quel ragazzino che è poi diventato tuo padre …  aveva quattro anni più di me, lui ha sempre raccontato del suo ciuffo bianco. Diceva che era stata la paura. I tedeschi l’avevano preso e poi lasciato andare, ma tanto fu il terrore, che gli venne quel ciuffo bianco che portò per sempre.

Quando ci fu un miglioramento, di preciso, non lo ricordo. Da ragazze eravamo tutte a Milano. Il lavoro da noi non c’era, e le ragazze partivano tutte, chi per Milano chi a Genova. A Milano, come donna di servizio, davano solo tre ore di libertà alla domenica. Al mio primo lavoro ho preso 500 lire. Mandavo tutto a casa. Servivano per il mangiare di tutta la famiglia, li mantenevo io con quei soldi, e anche se soffrivo tanto la lontananza… Dio quanti pianti, ero contenta perchè con quei soldi potevano mangiare.

La prima volta sono stata via nove mesi. Sono partita ad agosto e tornata a Pasqua. Quando sono partita pesavo 36 kg e sono tornata che ne ero 60. Avevo mangiato abbastanza ed ero diventata una signorina. Mia mamma non mi ha riconosciuta. Sono scesa dalla corriera … le valige allora venivano caricate e legate sopra alla corriera … Si è fermata davanti a casa mia, sono scesa e preso la mia valigia di cartone. Mia mamma stava facedo il bucato con la cenere, lo facevano una volta o due al massimo all’anno. Mettevano le lenzuala e sopra la cenere e poi sopra l’acqua bollente, più volte per tutta la giornata. Con l’acqua che correva giù per la strada e poi andavano a risciacquare nel fiume.

Mi ricordo che a Milano, prendevo il piatto e andavo vicino al termosifone a mangiare perchè ero abituata a mangiare vicino alla stufa.

Alla stazione di Milano, in quei tempi, che arrivavano tutte queste donne dalla montagna e da altre regioni, avevano organizzato la Protezione della giovane. C’erano delle signore che ti accoglievano, ti chiedevano se avevi il posto di lavoro o se no, ti davano loro il posto da dormire e ti aiutavano anche a cercarti un lavoro come donna di servizio. Io il posto ce l’avevo. La prima volta ero andata con mia zia, poi, ho sempre avuto il posto prima di partire. Ma là comunque, c’erano le agenzie che mettevano a posto le donne di servizio, come oggi quelle delle badanti.

Io ne ho cambiate diverse di famiglie, il primo anno sono rimasta nove mesi sempre nella stessa. Lì non dormivo mai. Avevo il lettino in cucina, non avevo una stanza mia e di notte era un via vai continuo, di chi veniva a prendere qualcosa. Poi mi è venuta l’influenza, mancavano pochi giorni per venire a casa per Pasqua, ma avendo il letto in cucina non avevo il posto dove stare. La signora mi disse che essendo malata, dovevo tornare da mia zia. Mia zia mi accolse e mi disse: “Non ti preoccupare Liliana domani vado a prendere i soldi che ti vengono e tutta la tua roba e in  quella famiglia non torni più.”

Sono venuta a casa a Pasqua, era aprile e nel frattempo ho fatto la domada per la risaia che iniziava a maggio. A quattordici anni ho fatto 20 giorni di risaia e 20 di ospedale a Novara. Avevo preso la febbre del riso. Una febbra altissima. A letto con la febbre del riso eravamo in diverse, tutte in un camerone. Ci hanno fatto patire una fame tremenda e oltretutto da ammalate non prendevamo paga. Quando sono tornata a casa, con pochi soldi, mamma piangeva. “Mamma ho preso pochi soldi ma il padrone mi ha dato tanti chili di riso.

I primi soldi in mano, io e un’amica, pensa… li abbiamo investiti in un limone. Non avevamo mai visto un limone e neanche le arance. Siamo arrivate a casa dal mercato, ansiose di mangiare quel frutto così strano,  giallo e profumato. L’abbiamo pelato in fretta perchè non vedevamo l’ora di assaggiarlo. Deluse l’abbiamo buttato via … Un’altra volta al mercato a Cerredolo, avevo visto un camioncino con tanta gente intorno che mangiava grossi, strani pomodori rossi. Sono andata da mia mamma di corsa a dirglielo e lei mi diede i soldi per comprarne due. Erano cachi. I primi cachi che vedevamo e mangiavamo. Da noi c’erano solo le mele e l’uva; mia mamma l’attaccava in alto in casa, per l’inverno, e quando partivo per Milano mi preparava una scatola da scarpe con dentro i tortelli di castagne e due tre grappoli di uva. Mangiavo un chicco per volta per farmeli durare e gustarmi l’uva di casa mia.

Di politica femminile? So solo che ho sempre lavorato e lottato. Io sono entrata a far parte di una commissione in risaia e dopo, quando ero operaia, in ceramica, in commissione interna. In risaia c’eravamo in quattrocento mondine, ottanta di Toano. Io ho vissuto tutta l’epoca degli scioperi. In risaia c’e stato l’anno degli scioperi, giornate intere e il padrone non ci dava da mangiare. Ci diceva: “Se venite a lavorare vi do il latte o se no vi arrangiate.”

Ci arrangiavamo con quello che ognuna aveva portato da casa. E’ stata dura.

Io facevo parte della commissione. Per il lavoro disumano che noi mondine facevamo, ci pagavano poco e non avevamo diritti. Il padrone di queste risaie immense era un marchese di Torino. Aveva quattrocento mondine a Busanengo e altrettante in un’altra cascina a Vercelli. Noi facevamo sciopero le altre no. Un giorno, siamo partite verso l’altra cascina. C’era una strada stretta con due canali dalle parti, davanti al gruppo, noi della commissione, e gridavamo alle mondine che stavano chine nei campi: “Cosa fate, perché lavorate? Noi stiamo scioperando, dovete scioperare anche voi, se quest’anno prendiamo poco l’anno prossimo prenderemo di più!”. Ci guardavano sotto al cappello, però non alzavano la testa, avevano il capo dietro, ogni squadra aveva l’uomo col bastone.

A un certo punto è partito il fattore con un trattore e a tutto gas, ha iniziato ad inseguirci, costringendo molte mondine a buttarsi nei canali. Io, da quanto correvo, avevo perso gli zoccoli e sono rimasti schiacchiati dal trattore. Arrivate nel paese vicino, siano andate alla camera del lavoro e il giorno dopo uscì uno dei primi articoli sul giornale.

Da bambina avevo due vestiti, uno dalla festa e quello da tutti giorni. Quando si veniva a casa dalla messa alla domenica mia mamma ci diceva di tirare dritto per le scale a cambiarci.

Da ragazza mi facevo i reggiseno da sola, un giorno t’insegno … E le mutande, facevo da sola anche quelle. Mia mamma aveva una Singer vecchia e cuciva a macchina, poi ho imparato anch’io. Avevamo comunque la luce … negli anni della guerra si usava poco perchè c’era  Pippo che non voleva vedere luci accese. Non avevamo il bagno, avevamo il bucalin, (NdR: vaso a forma di ciotola, spesso con un manico, tenuto spesso in un comodino o sotto al letto, e utilizzato generalmente come water),per la notte, nel comodino, e di giorno i campi e il fosso. Poi mio padre aveva costruito un gabinetto con i gamboni del granoturco. Più avanti ancora … vedi il progresso… avevamo un gabinetto nell’orto. Veniva tutta la borgata a fare i bisogni lì. Anche quello era fatto solo con dei rami, senza fogne, c’era solo un grosso buco coperto con delle assi di legno.

Altri tempi? Avevamo una vita e un cuore anche noi. Noi donne di quel tempo abbiamo fatto una vita terribile, tra la guerra e la miseria. Siamo state dei facchini, dei muli! Quando ho cominciato a lavorare in ceramica a Roteglia, la prima ceramica, prendevo la corriera delle cinque. Abbiamo fatto sacrifici disumani noi, ma la forza, forse, c’era data dalla speranza, la speranza di arrivare a stare meglio, lavorare per far star meglio la propria famiglia, per aver una casa, per far vivere i nostri figli una vita migliore.

Facevo nove ore compreso tutto il sabato, e solo a forza di scioperi abbiamo ottenuto la metà giornata del sabato … ci sembrava di aver conquistato la luna. Poi lo sciopero delle quaranta ore. Poi per gli straordinari, poi per la maternità… a forza di scioperi noi, come muli, si, abbiamo sacrificato le nostre vite perchè fosse migliore per i nostri figli.

E voi siete tornati indietro di tutto.

Alla mattina, alle cinque, si partiva per Roteglia e non si tornava a casa fino a sera, mangiavo un pezzo di pane e rubavo un grappolo d‘uva nei campi vicini. Quello era il mio pasto. Tornavo a casa alla sera, quando altri andavano a letto.

Accendevo la stufa e intanto che si facevano le braci, preparavo il letto, e poi mettevo il prete, (NdR: Scaldaletto utilizzato chiamato anche  “Il prete e la monaca”, le assi di legno erano il prete e costituivano un telaio per alloggiare un piccolo braciere, la monaca,  con la brace accesa, tenendo lontane lenzuola e coperte.). D’inverno al mattino c’era il ghiaccio nei muri interni e lo tiravo via con la scopa … Tua sorella è nata in un inverno così e dormito in una cassetta da uva.

La mia cucina sembrava un mercato, per asciugare la roba, stendevo su fili che tiravo ovunque.

Non c’erano gli scoli e non c’era l’acqua, dovevo ricordarmi di vuotare sempre i secchi, e dovevo andare a prendere l’acqua al trogo. Era una fatica continua per tutto.

Quando dico che ho fatto una vita terribile … Sono vite da raccontare ai giovani di oggi.

Alla ceramica Santantonio andavo con un vecchio motorino rosso. Anche d’inverno. Sono caduta più volte sulla neve e il ghiaccio. Non ho preso la patente perchè ho preso un terzo figlio. Mi ero iscritta, ma poi mi sono accorta di essere incinta e non c’è più stato tempo nè soldi. Anche alla Santantonio abbiamo fatto tanti scioperi e picchettaggi. Pensa che i padroni facevano arrivare i capelletti, (NdR: tortellini emiliani in brodo), a quelli che erano dentro a lavorare.

Questa, figlia mia, è stata la mia giovinezza!

 

Marzia Schenetti