Lettera dal carcere – S.B.

Per la rubrica “Autobiografia del Disagio”, vi ripropongo una lettera di S.B., detenuta in carcere per una pena di 21 anni.

(Novembre 2015)

 

S.B.

Con gli ultimi avvenimenti accaduti in Francia, da parte di quest’Isis, sarebbe quasi banale parlare di violenza sulle Donne, oppure della mia vicenda giudiziaria. Mah!
Proprio ora, in questi momenti di strage, vorrei collegare e collocare dei punti fondamentali di una ventiseienne iraniana, impiccata in Iran, per aver ucciso un uomo che accusava di tentato stupro. E lei, era innocente.

E’ il testamento di Reyhaneh.”

Cara mamma dal cuore d’oro, nell’altro mondo gli accusatori siamo io e te, e loro, sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio.”

Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite.

Quando sono apparsa in Corte, agli occhi della gente, sembravo un’assassina a sangue freddo e una “criminale” senza scrupoli.

Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa. Perché confidavo nella Legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine, non ho ucciso nemmeno le zanzare. Ora sono colpevole di omicidio.

Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici!!

Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un pugile o di un atleta.

 

Ma chi è S.B.?

Per lo Stato italiano, è colpevole di aver commissionato la morte di suo marito e per questo, condannata a 21 anni di carcere.

Ma la sua storia dovrebbe coinvolgere tutte e quantomeno accendere confronti e riflessioni. Eppure pare che “i riflettori” abbiano spesso un rifiuto per questo genere di storie, forse troppo conflittuali, per poterne parlarne districandone i fili e preferendo, decisamente, dimenticarsene.

Questo paese che tu mi hai insegnato ad amare, non mi ha Mai Voluta, e nessuno mi ha appoggiata, anche sotto ai colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo, e sentivo le parole più volgari.

Il mondo non ci ama.

Perché il Tribunale di Dio incriminerà gli ispettori, giudici della Corte suprema;

mi hanno colpita quando ero sveglia e Non Hanno Smesso di Abusare di ME.

Accuserò tutti coloro chi per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei Diritti.”

Iran, omicidio, pena di morte, stupro.

Ancora oggi in Iran è così, in Italia fortunatamente, la pena di morte non c’è, ma esistono ingiuste sentenze con relative indagini sbagliate, dove giudici e magistrati fanno fede a tali indagini.

In Italia non c’è la pena di morte, c’è l’interpretazione della Legge, del Diritto Giuridico del nostro ordinamento.

L’interpretazione ti consuma e ti condanna per ingiusta interpretazione. Peggio della pena di morte.

Ho preso 21 anni, per niente, solo per aver detto “sono innocente”.

Con S.B. ho parlato della parola “innocenza”, e della parola “colpevolezza”.

Ho letto lunghe sue pagine piene di drammi, di dolori, di violenze, pagine che riducevano anni, una vita, la sua.

Ma lei, che è quella donna, forte ed esile, dietro alle sbarre, con 21 anni da scontare, è una donna che ha chiesto aiuto, una donna che si è rivolta a forze dell’ordine, al pronto soccorso, a persone che non hanno saputo o voluto cambiare il corso della sua storia.

Ecco, forse,  di chi è la colpa.

Ci sono frasi nei suoi racconti che tracciano inequivocabilmente il corso…

Quando le chiedo come ricordava suo marito quando l’ha conosciuto, mi dice:

Era il mio principe, gli mancava il cavallo, il mantello ed il castello, ma era ugualmente il mio principe.”

Ho cercato di lavorare e guadagnare facendo turni massacranti, notti, giorni, pomeriggi, senza mai fermarmi. Cercavo di guadagnare per aiutarlo, aveva sempre dei problemi.”

“Una sera volevo fargli una sorpresa, la sua officina era all’interno di un palazzo. Entrai nel giardino , scesi dall’auto con la pizza in mano, entrai in officina. Mio marito stava seduto su una poltrona con una giovane prostituta seminuda. Mi aggredì verbalmente e io girai le spalle e me ne andai. Quella sera, iniziò ad aggredirmi, a casa. Cercai di non rispondere, ma il giorno dopo continuò, ancora e iniziammo a discutere animatamente. Lui stava tagliano il prosciutto, si avvicinò e mi sferrò un colpo sull’avambraccio.”

Ci sono state, dunque, violenze all’interno della vostra relazione?

La nostra relazione inizia nel 1984 sino al 2011.

Il rapporto è andato via via a frantumarsi, già dal 1996.

Non riesco a quantificare gli episodi. Oggi mi vedo, io cercavo sempre spiegazioni, cercavo per lui giustificazioni, doveva apparirmi ciò che in realtà non era.

Hai fatto denunce a suo carico?

Si , l’ho denunciato e ci sono anche certificati medici, proprio quando credevo di morire.

Ti sei mai rivolta a qualche associazione o centro antiviolenza?

Si! Parlando con una dottoressa dove lavoravo, mi convinse a chiamare la Casa delle Donne, era il 2011… (perché andavo sempre livida al lavoro).

Un giorno mi decisi, e chiamai. Mi dissero che dovevo prendere un appuntamento, una settimana dopo. Non andai. Il momento era andato.

Avevo sfiorato mille volte la morte ma la responsabilità verso mia madre prevaleva su qualsiasi mia scelta.

Puoi descrivermi la tua cella?

La mia cella? E’ bellissima. Pochi metri calpestabili. A me va bene. Ha due letti, due specie di armadietti, un bagno con doccia, una finestra. E’ molto piccola ma a me sembra una reggia. E’ sempre pulita ed in ordine, mai nulla fuori posto. Dalla mia parte c’è una lampadina con tutti i miei cari. Le sbarre? Ohhh! Non mi fanno né caldo né freddo, a casa mia erano così! Mi sento protetta, controllata al punto giusto, e gli altri chiudono la porta al mio posto. Il fatidico Blindo.

Purtroppo non abbiamo la cucina, ci portano il vitto che passano dal blindo. E’ meraviglioso!! Ti senti sicura anche quando mangi, (se mangi). Non ti dico i piatti! Certo, non sono di porcellana, ma sono ciotole in acciaio così non si rompono e si puliscono meglio. Sono proprio in un Grande Hotel, basta solo sognare.

La Giustizia … gli chiedi aiuto e non c’è. E quelli che uccidono le donne?

Sono fuori.

S.B.

 

Marzia Schenetti