La Rivoluzione Sessantottina

Pensandoci adesso, i fermenti che precedettero la rivoluzione sessantottina li sentivo tutti sotto la pelle. Erano nella voglia di libertà che reclamavo coi miei genitori, erano nelle battaglie che già da lungo tempo combattevo in casa per le pari opportunità col mondo maschile, furono nella mia decisione di rompere un fidanzamento con un bravo ragazzo che ragionava in maniera troppo maschilista … Non avevo voglia di chiudermi in una vita di coppia asfissiante, volevo fare altre esperienze, conoscere persone nuove, viaggiare per conoscere altre vite e altri mondi.

Volevo abbattere il mito della verginità come prova d’amore, e pensavo che le donne avessero gli stessi diritti degli uomini, anche nella busta paga.

Conobbi mio marito nell’ottobre del ’67. Aveva appena finito di fare il servizio militare ed era disoccupato. Mi presentò ad un gruppo di ragazzi e ragazze, lavoratori e studenti, che piangevano per la morte di Che Guevara, della cui vita e delle cui imprese, fino ad allora, avevo sentito parlare senza esserne toccata sensibilmente.  Era un eroe dell’America latina, amico di quel Fidel Castro che quei ragazzi volevano aiutare andando a Cuba a tagliare la canna da zucchero, sostenendolo nella lotta contro l’imperialismo americano.

Bisognava fare la rivoluzione anche da noi, dicevano. Si doveva abbattere il sistema capitalistico.

W la  dittatura del proletariato!

Quell’idea mi inquietava perché, pur essendo molto innamorata del mio ragazzo e sinceramente convinta che tante cose nel mondo andassero cambiate, non mi sentivo pronta ad abbandonare le mie modeste comodità per seguire un’avventura che mi suggeriva tragiche conseguenze.

Nella  primavera che seguì, mi ritrovai nei cortei a manifestare contro la guerra del Vietnam, e l’autunno del’68  mi sorprese fra gli studenti e gli operai che scioperavano per il salario, per fabbriche più a misura d’uomo, per orari migliori, per una scuola diversa, per l’abbattimento delle diversità sociali, per gli aumenti salariali uguali per tutti.

Il teatro, con Dario Fo, divenne un tutt’uno con la platea. Dopo ogni spettacolo si apriva il dibattito con gli spettatori. Ci veniva chiesto di discutere i testi, di suggerire idee, di combattere il sistema “borghese” che ci voleva solo spettatori passivi e culturalmente demotivati.

Gli studenti avevano occupato le scuole e partecipavano agli scioperi coi metalmeccanici.

Era una mescolanza straordinaria che indicava una nuova presa di coscienza ed una profonda voglia di cambiamento.

Mi ritrovai a condividere la piazza con poliziotti in assetto di guerra che aspettavano di ricevere  l’ordine di buttare bombe lacrimogene dentro il teatro, se la compagnia di Dario Fo avesse osato rappresentare lo spettacolo. Evidentemente la classe dirigente aveva paura delle piazze e della voglia di cambiamento che noi giovani nutrivamo.  Eravamo  il popolo della sinistra.

Dall’odio verso la polizia passammo poi ad una nuova convinzione che ci voleva amici di quei ragazzi che venivano da realtà diverse a guadagnarsi lo stipendio, uguali, per classe, agli operai delle nostre fabbriche. Avevamo il dovere di “politicizzarli”,  renderli consapevoli della loro realtà, fare in modo che capissero che eravamo compagni, accomunati dalla stessa classe sociale. Sarebbe stato nostro dovere sensibilizzarli sulla lotta di classe, renderli consapevoli che erano servitori di un sistema che mirava a separarci in una lotta fratricida. Erano gli amici e i parenti degli stessi ragazzi che scendevano dai convogli con le valigie di cartone e che, gli imprenditori, occupavano nelle fabbriche al nostro posto quando si organizzava uno sciopero. Manovalanza a basso costo, si diceva, che dovevamo convertire alla nostra causa, ombre che alimentavano le nostre paure.

Un’altra scuola di pensiero cercava di organizzare la lotta armata: la violenza si combatte con la violenza.  Martin Luter King, eroe pacifico del  movimento dei neri d’America, sembrava non avesse insegnato nulla. Erano idee che non riuscivo a condividere e che mi fecero prendere le distanze da certi gruppi che ritenevo ammalati di fanatismo politico.

I nostri eroi americani erano Malcom X e Angela Davis.  Imparai, leggendo la biografia di quest’ultima, che “negro” è  dispregiativo, ed ho cancellato per sempre quella parola dal mio lessico. Lottavano per togliersi dalla schiavitù,  per non essere emarginati, per avere gli stessi diritti dei bianchi. In un’utopia di lotta estrema, per impossessarsi del “Potere”.

Noi donne, impegnate  a guadagnarci lo stipendio, manifestavamo per l’apertura di nuovi asili che non fossero solo un’area di parcheggio per i bambini. Si battagliava per far approvare la legge sul divorzio, ed anche per  un nuovo diritto di famiglia che assicurasse alle donne gli stessi diritti dei loro compagni.

Ed eravamo arrabbiati.Volevamo tutto e subito. Ci sentivamo impegnati a cambiare il mondo.

Gli uomini si fecero crescere i capelli e le donne si misero i pantaloni.

Si buttò alle ortiche l’idea della verginità come valore e si cominciò a parlare di libero amore e di coppia aperta. Furono idee, queste, che provocarono molti danni nei rapporti di coppia perché la nostra interiorità, la nostra morale,  rimaneva comunque legata ai vecchi valori e, specialmente per gli uomini, fu impegnativo e doloroso abbandonare i vecchi schemi che per millenni li avevano protetti, cullandoli in un’idea di superiorità che invece non esisteva.

E noi donne ne subivamo le conseguenze.

Insomma, la rivoluzione, anche se non è fatta con le armi, non è mai una cosa gentile.

Una cosa che ricordo con disagio, era il fatto di buttarci in faccia cose personali ripugnanti. Uno lo specchio dell’altro, si procedeva con discorsi al vetriolo. Io che non ho mai avuto un temperamento aggressivo, mi sentivo demolita. Nel nostro gruppo, uno degli insulti peggiori era sentirsi dire “Sei un/una  borghese”. Si era borghesi se si vestiva decentemente, se si comprava un salotto nuovo, se si possedeva un’auto che non fosse un’utilitaria scassata, se si andava a teatro con il vestitino nero e la borsetta a bustina, se i tuoi genitori possedevano una casa di loro proprietà e, naturalmente, se non eri di sinistra.

Seguirono poi i movimenti femministi. Dalla biancheria intima sparì il reggiseno e si gettarono le basi per l’approvazione della legge sull’aborto. Troppe donne morivano ancora per gli aborti clandestini, e chi non poteva pagarsi un viaggio in Inghilterra, dove era legale, rischiava di morire sotto i ferri inadeguati e poco sterilizzati delle “mammane”.

Le femministe avevano imparato, da compagne ostetriche e ginecologhe, la tecnica dell’aborto per aspirazione e, in caso di necessità, lo praticavano da sole con mezzi, credo, rudimentali.

Uno degli slogan di allora era: maternità libera e consapevole. La pillola cominciava appena ad affacciarsi sul mercato, con dosaggi ormonali talmente elevati che non poteva essere prescritta tranquillamente alla maggioranza delle donne.

In  quel periodo io ero già diventata madre e la piazza non mi vide protagonista in quelle battaglie: pur condividendo molte idee, non mi sembrava giusto separare così nettamente i problemi delle donne da quelli dei nostri compagni.

Ora, fortunatamente, i contraccettivi hanno relegato l’aborto ad una stretta minoranza.

Anche se abbiamo fatto molti errori, mi sento orgogliosa di aver partecipato attivamente a quel pezzo di storia. A volte le ideologie accecano e quando si debbono abbandonare ci si sente nudi e vulnerabili.

Sono rimasta tuttavia dalla parte dei perdenti, in una sorta di candore che gli anni non sono riusciti a scalfire. Ritengo che la terra abbia sufficiente ricchezza per tutti, non credo nelle guerre giuste e penso che se la politica fosse una cosa seria, in armonia con la parte più elevata dell’uomo, consapevole dei suoi mezzi e dei suoi limiti, potremmo davvero vivere in un mondo migliore.

Cerco di trasmettere questi valori ai miei nipoti, che sono svegli e addestrati al dialogo, che frequentano le elementari assieme a compagni che provengono da altri paesi ed hanno la fortuna di  avere delle insegnanti preparate che condividono con gli allievi  le cose in cui credo.

Altro non so dire, se non che non ho paura di schierarmi e di girare per le vie cittadine con  cartelli e bandiere quando ritengo che serva. Almeno a far riflettere.

Il mio ’68 continua!

 

Franca Giaroni