“CONTRORDINE, COMPAGNI!”

“Contrordine compagni!” è il titolo di una serie di vignette di Giovanni Guareschi, autore della saga di Peppone e Don Camillo.

In esse, come nei libri, poi diventati film, si sviluppa ironicamente la tesi di un “popolo comunista” acquiescente agli ordini dei dirigenti, ed anche ai repentini cambiamenti di linea politica (“contrordini”), fatti passare senza discussione e dibattito.

“Ai miei tempi” (anni Settanta), persa l’origine storico-culturale del detto, l’esclamazione veniva usata abbondantemente ed autoironicamente all’interno della Sinistra stessa, per descrivere fenomeni similari a quelli evidenziati da Guareschi. Magari non l’acquiescenza (nessuno se la riconosce in modo indolore), ma piuttosto le “sterzate” politiche, ed anche culturali … perché (bisogna dirlo), il rapporto della Sinistra con la cultura, con l’arte e con la musica è stato, nel corso degli anni, tutto un elaborare per poi rivedere le posizioni, e quindi tutto un “Contrordine, compagni!”.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma davvero esistevano delle ‘direttive musicali’ per coloro che militavano a Sinistra? Non ci si poteva concedere di ascoltare e apprezzare quello che meglio pareva?”.

Ovviamente, sì! I gusti individuali sono incoercibili …

… altrimenti, l’unico risultato che si ottiene è il cineclub “impegnato” aziendale, con la doverosa rivolta fantozziana verso l’imposizione della Corazzata Potemkin! Nondimeno, gli intellettuali e il popolo della Sinistra non hanno mai smesso di interrogarsi su cosa fosse giusto o sbagliato, per un “militante”.

(Ricordo che il “militante di Sinistra” rappresenta il prototipo dell’impegno in quegli anni, ma va da sé che ci fossero persone “impegnate” al di fuori della Sinistra, e, d’altra parte, persone di Sinistra non “impegnate”, se non nella gaudente visione di “Giovannona Coscialunga”, e similari: oggi te li ritrovi “sdoganati” e ben trincerati, all’interno di trasmissioni televisive come “Stracult”. Ricordo inoltre che il presente articolo fa da pendant al precedente di questa stessa rubrica, intitolato: ARTE E CULTURA “MILITANTI”, dedicato prioritariamente ai temi dell’avanguardia e delle arti visive.)

Cominciamo dall’alta cultura all’interno della Sinistra italiana, e quindi, quasi inevitabilmente, da Antonio Gramsci. Per il grande intellettuale e dirigente politico, la cultura migliore è quella “nazionale-popolare”, ovvero capace di parlare a tutto il popolo, elevandone la consapevolezza politica, sociale e culturale…

… una missione che, all’epoca dei “Quaderni del carcere” (1929-1935), la letteratura italiana non era in grado di assolvere (non a caso, vengono citati come modelli i tragici greci, Shakespeare, Dostoevskj e Tolstoj), ma il Melodramma sì!, ed in particolare le opere di Verdi.

Va segnalato, però, per chiarezza, che nel corso del tempo l’aggettivo “nazionale-popolare”, usato da Gramsci, ha subito un mutamento di “significante” (da “nazionale-popolare” a “nazionalpopolare”), tutt’altro che irrilevante, in quanto è correlativamente cambiato il significato, nell’opinione comune: oggi viene considerato “nazionalpopolare” tutto ciò che risulta fin troppo arrendevole nei confronti dei gusti mediocri della massa:

http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/

Le riflessioni di Gramsci evidenziano un’opportunità non colta. Se dovessi citare oggi qualcosa di “nazionale-popolare” (in senso gramsciano), non penserei prioritariamente alla Musica, e neanche alla Letteratura, ma piuttosto al Cinema: ad “Accattone” e “Mamma Roma” di Pasolini, a De Sica, al Brancaleone di Monicelli, e magari alla saga “fantozziana” di Paolo Villaggio.

Oggi le tesi gramsciane sconterebbero inoltre un duplice cambiamento sociale: la corruzione del gusto operata dai media (“nazionalpopolare”: vedi link soprastante) si accompagna ad un’inedita dimensione “virtuale” e “globale” dei prodotti artistici, mediatici e culturali. Comunque, già nel Novecento, diversissima (“Contrordine, compagni!”) è la concezione del filosofo Theodor W. Adorno, che reperisce solamente all’interno della Musica Classica “d’avanguardia”, ed in particolare all’interno della Dodecafonia, una possibilità di critica verso gli aspetti alienanti e angoscianti della società contemporanea (evidenti i riferimenti a Marx e Freud). Testo chiave: “Filosofia della musica moderna” (1959). Senza appello, o quasi, la condanna adorniana nei confronti della musica giovanile, anche di quella che vorrebbe essere “impegnata” (il filosofo, sociologo e musicologo tedesco muore nel 1969, e fa in tempo pertanto ad osservare le ribellioni giovanili, e a conoscere la “canzone di protesta”), e viene invece tacciata di banalità e consumismo:

 

 

 

E quindi: Melodramma, Avanguardia, o Rock?

Per chiarire l’enigma (ma “chiarire” non vuol dire: “dare risposta”), bisogna tornare ancora una volta all’aggettivo “popolare”, che, non a caso, sviluppa al proprio interno un ulteriore scissione. Negli Stati Uniti, “popolare” (abbreviato in “Pop”) significa semplicemente ciò che è “popolare per diffusione”, ovvero conosciuto alle masse, attraverso i media: è “pop” il Rock (quindi avrebbe ragione Adorno!), il Rap, il Soul, il Funky, la Disco, la Dance, la Musica “Leggera” e “da Ballo”, il Country, il Rock & Roll, il Reggae (Bob Marley è diventato una star), il Punk (con il suo disperato nichilismo: “No Future”, era lo slogan), lo Ska (che viene dal Reggae, mescolandosi successivamente col Punk).

Sono “pop” anche parte del Blues (quello suonato non nelle piantagioni di cotone, ma sui grandi palchi, per esempio da Eric Clapton e B. B. King), parte del Jazz, ed anche parte del Melodramma (Opera). Ebbene, sì!, Pavarotti è “pop” esattamente come Madonna e Michael Jackson!

In Europa, invece, sarebbe “popolare” ciò che proviene dalle “classi popolari”: il Flamenco, il Fado, il Samba, la Rumba, i canti delle mondine, le zampogne dei pastori, il saltarello, la Taranta.

Dico “sarebbe”, perché la “globalizzazione” ha finito per “giustiziare” queste forme espressive, rendendole fuori moda, oppure rendendole, paradossalmente, “troppo” di moda …

… come la Taranta, che oggi è a tutti gli effetti un fenomeno “pop”, non “popolare” (o “folclorico”, che è termine grossomodo equivalente). Se volessimo riprendere le riflessioni di Gramsci, comunque notevolissime, dovremmo valorizzare “a Sinistra” quelle musiche che abbiano delle radici popolari, ma che, per la loro complessità formale, stilistica, strutturale, possano contribuire ad elevare il gusto degli ascoltatori. Emblematica, a questo proposito, la trasformazione del Blues (musica del proletariato afro-americano) in Jazz (musica universale, ma comunque ben ancorata alle proprie radici).

Oppure, “Contrordine, compagni!”, i Cantautori, per la loro ambizione, a volte anche ben soddisfatta, di coniugare ballata e poesia. (Oggi, ai Cantautori si intitolano Istituti Scolastici, come avveniva in passato per Dante, Leopardi o Manzoni.)

Insomma, avere gusti musicali “impegnati” e/o “di Sinistra” è veramente complesso, anche perché le classi popolari sono ingovernabili!, e “si ostinano” ad ascoltare i cantanti neomelodici napoletani …a ballare il liscio, alternandolo ad orrende “hit” balcaniche o centro-sud americane…a volte ascoltano con nostalgia (se hanno la mia età) i Dik Dik, i Camaleonti e l’Equipe ’84 … e so per certo che qualcuno, in automobile, tenendo i finestrini ben serrati, indulge addirittura ad Al Bano, Toto Cutugno e I Ricchi e Poveri! E se finalmente cominciassimo a “militare” insieme alla gente comune, invece di ambire a dettargli la linea? “Contrordine, compagni!”.

 

Gianfranco Domizi