Intervista a Giacomina Castagnetti, Staffetta Partigiana

Per la rubrica tracce di questo quarto numero, sono andata alla ricerca di quelle “parole chiave”, che tanto mi rimasero impresse intervistando Giacomina Castagnetti, staffetta partigiana. L’intervista faceva parte di una raccolta di memorie e testimonianze, nella progettazione dello spettacolo di teatro civile “Women in Resistance. Dalla Resistenza al resistere. Donne di ieri e di oggi”. Il lungo racconto di Giacomina è stato chiaro e illuminante in quanto retto su parole fondamentali che per l’appunto segnano, sì, il suo racconto, ma anche la storia, e la storia di sempre … parole alle quali sarebbe opportuno dare la massima attenzione e valore.

(Trascrizione integrale dell’intervista a Giacomina Castagnetti, Staffetta Partigiana – Febbraio 2016)

DISAGIO E MISERIA

La prima guerra mondiale è stata una guerra distruttiva e massacrante, però si svolgeva al fronte; un esercito da una parte e uno dall’altra. Le famiglie hanno subito subito dopo la guerra ogni conseguenza, la crisi del ‘29: bambini ammalati, giovani denutriti, bambini che nascevano malformati per gli stenti degli adulti.

Io sono nata proprio in quel periodo. Quella situazione di estremo disagio e miseria è stata il momento favorevole per la nascita del fascismo.

Ho cominciato subito, fin dalla scuola, a sentire parlare di queste cose. A casa sentivo parlare di bambini malati o di cui nessuno se ne curava … se andava a scuola o nei campi … esempio io, ho fatto solo la terza elementare perché in campagna c’erano solo quelle tre classi. Le aule si riempivano in inverno e d’estate restavano deserte. Non rimaneva nessuno perché i bambini dovevano andare a lavorare nei campi.

Erano le famiglie che decidevano, se mandarti a scuola o a zappare la terra. E decidevano anche in relazione se eri una donna o un uomo.

Mia mamma era vedova con otto figli e non era aiutata da nessuno.

Le famiglie spesso decidevano di far studiare i maschi perché così il sapere rimaneva in famiglia. Andavo dalle suore ad imparare a cucire, ma alle bambine come me, veniva insegnato non a ricamare, attività per le famiglie ricche, a me insegnavano a rammendare … quello che una semplice donna di famiglia doveva saper fare.

INGIUSTIZIA

Ho cominciato subito da bambina a percepire le ingiustizie. L’ingiustizia mi dava veramente fastidio, la percepivo come un qualcosa che non vorresti vivere.

Il duce voleva tutti i bambini dritti a far ginnastica, con la schiena dritta, però i bambini avevano la scogliosi e non mangiavano abbastanza per stare dritti. Al sabato fascista, ricordo, c’erano i “figli della lupa” che avevano tre anni, con la loro divisa: braghe grigio-verde, la camicia nera e un moschetto di legno. Credere, Obbedire, Combattere! … questo dovevano urlare, e dentro a quella frase c’era tutta la mentalità di come doveva essere la società italiana.

Mia madre mi diceva che non c’era la possibilità di avere la divisa e non mi sono mai preoccupata di sapere perché; mi sono preoccupata invece, quando in classe, un giorno, distribuirono l’uovo di Pasqua ai bambini. Era il primo uovo che vedevo. Mi sono passati davanti senza darmelo, perché non avevo la divisa. Quell’ingiustizia mi ha pesato tantissimo, e questo ha contribuito al bisogno di andare alla ricerca di altre cose, e quelle cose le ho trovate subito in mio fratello. Lui era un antifascista e l’ho saputo dopo . Mio fratello mi diceva “ Non preoccuparti … ci sono cose più importanti dell’uovo di Pasqua”.

FAMIGLIA

Quando poi ho iniziato a capire che avevo un tutore mi sono chiesta perché. Perché la mia mamma, solo perché donna, non poteva avere la patria potestà sui figli? Il paradosso più grande è che era stata pure premiata da Mussolini per i suoi sei figli maschi. Non gli otto figli, ma sei figli maschi, che rientravano nelle tre parole: credere, obbedire, combattere. Figli destinati alla guerra che lui stava già preparando.

Raccoglievano l’ “oro alla patria”. Andai con lei quel giorno. Aveva un anellino, una fede a lei molto cara. Non aveva più suo marito e quella, era il simbolo che dimostrava la creazione di una famiglia. Per l’Italia che era sempre stata un paese cristiano, cattolico, quell’anello doveva essere la cosa più sacra invece, la preparazione della guerra non ha rispettato neanche questo grande valore.

Ricordo il viso e la tristezza di mia madre quando ha fatto cadere l’anellino in un catino che ha fatto tic, poi le hanno dato in cambio un anello di ferro. E pensare che usavano la Regina come simbolo della giustezza dell’ “oro alla patria”. I pochi giornali mettevano la Regina come icona di prima donna a donare quell’anello, ma la Regina, secondo me, non aveva solo quello. Adesso che ci ragiono con una mentalità diversa, con più profondità, mi diventano ancor più brutti e più pesanti questi ricordi. Approfittare dell’ingenuità, direi anche di un grado molto basso di scolarità … In quegli anni il 40% dei ragazzi era analfabeta.

PAURA – DISOBBEDIENZA

Chiedere un atto estremo alla gente come atto di devozione totale?

Io penso che per l’ “oro alla patria”, ci sia stata proprio paura. Mia madre, che aveva sei figli maschi e tutti quanti in grado di essere chiamati alla guerra, aveva paura. Allora, se disobbedivi, uso questa parola, venivi segnato. Una madre con dei figli, da sola, non poteva permettersi di essere segnalata. Tanta gente è stata rovinata, è dovuta scappare in esilio, in molti sono stati condannati dal tribunale speciale.

Se disobbedivi diventavi una persona che non aveva più diritto al lavoro, e a niente. Cercavano di annientare la vita sociale. L’ “oro alla patria”, secondo me, è stato il massimo che il fascismo ha preteso dalle famiglie italiane.

Sono stata contenta di essere parte della mia famiglia, perché adesso, sempre di più, capisco quale cultura mi sono fatta in un momento che cultura non c’era … perché la personalità della gente veniva annientata, non c’era possibilità di pensiero.

Mi ricordo una volta, che arrivando da scuola, nella stalla c’erano gli amici di mio fratello. Le stalle per noi erano il luogo più accogliente. Lì si faceva vita politica, compagnia, aggregazione. Nella stalla passava tanta gente allora. Era il punto anche d’informazione.

INFORMAZIONE – RACCONTO

In campagna i giornali non c’erano e comunque allora c’era solo il giornale Il solco fascista e poco più. Nelle stalle passavano chi aggiustava ombrelli, chi faceva le sedie, gli ambulanti e il racconto di questa gente diventava il giornale e la radio, diventava l’informazione. Poi, se la persona aveva la capacità del racconto, io dico, che la capacità di raccontare, è arte.

Le notizie venivano discusse, confrontate, dilatate, passavano da vari cervelli, come una prova del racconto, perché venivano arricchiti dal pensiero di molte persone. Per raccontare in modo naturale, si deve pensare, se invece leggi scorri le parole; per raccontare bisogna che tu ripensi e diventa un’arte, tra il pensiero e il cuore.

Quel giorno sentii mio fratello che disse: … per la povra genta la guera en porta mai nient d’ boun … Questa espressione così lapidaria, mi faceva crollare tutto il castello che l’insegnante mi aveva messo nella testa … che la guerra era la salvezza dell’Italia.

Subito non avevo la capacità di capire tutto, ma il viso di mia madre spesso mi parlava.

Una notte vennero i carabinieri a prendere mio fratello, l’hanno portato nella prigione di Castelfranco Emilia perché era un antifascista, avevano preso altri trenta giovani insieme a lui, tutti antifascisti.

Mussolini, che stava preparando la seconda guerra mondiale, non voleva disturbi.

Adesso si, vedo le cose. Mussolini è riuscito ad avere così tante adesioni nonostante le ingiustizie e convincere un popolo e ora mi chiedo come sia stato possibile. E’ stata fatta proprio una preparazione psicologica di massa alla guerra.

Arrestarono mio fratello, che io stimavo così tanto perché mi ha dato tanto aiuto in momenti terribilmente difficili della mia infanzia. Non riuscivo a convincermi che lui fosse uno da mettere in prigione.

Non lo mandavo giù, e da quel momento ho iniziato ad odiare il fascismo, proprio per queste cose brutte che provocava nella mia famiglia. Ma non era un odio violento, l’odiavo perché rovinava il mio modo di pensare, i miei sentimenti, avevo solo tredici anni però qualcosa la capivo …

Allora odiavo il fascismo, adesso mi mette rabbia e questo mi dà la volontà, nonostante gli anni, di raccontarlo ancora.

Sono sempre più convinta che il racconto è sempre vero, perché se la cosa l’hai vissuta fai fatica a barare, ti esce spontanea, non c’è bisogno di andare a cercare le parole, non hai bisogno di un copione da leggere. Quando mio fratello è venuto a casa e ha raccontato (solo alcune cose, perché non voleva farmi stare male), mi disse che era stato torturato. E’ tornato a casa ammalato, l’avevano rovinato, e ha subito finché è campato.

E’ morto da pochi anni, quasi a novant’anni. Quando volevo chiarire delle cose, andavo a trovarlo e l’ho sempre ritrovato in grado di darmi le risposte.

Ho ancora da chiarire. Non ha niente da chiarire chi non si preoccupa.

SLOGAN -GUERRA

E così siamo arrivati a quello che si prevedeva. Arriva il periodo delle parate. La gente in piazza ad urlare gli slogan che il fascismo voleva.

Il 10 giugno del ‘41 Mussolini fece quel discorso a Roma e chiedeva al popolo: Volete la guerra?!?.

Era un urlo che si alzava con un: Sì, vogliamo la guerra!!! Ecco, questa è una delle cose che non ho ancora chiarito nonostante i miei novanta anni.

La guerra è la cosa più brutta, specialmente la seconda guerra mondiale, la prima in cui hanno subito i bambini e le famiglie a casa, con i bombardamenti, i rastrellamenti. La guerra non era solo dei soldati al fronte. Si era talmente sviluppata la tecnica che non era più l’uomo che si batteva con l’uomo, ma c’erano le macchine e le bombe che indistintamente arrivavano ovunque.

Bambini e famiglie impotenti sotto alle bombe. Questa cosa mi aveva molto intimorito.

A casa nostra, di una famiglia di tredici componenti, erano rimaste solo donne e bambini, la mia mamma era già morta.

Ricordo che dovevo fare tutto quello che potevo per sopperire a quello che facevano prima gli uomini di casa. Il regime ti obbligava. Dovevi lavorare per consegnare il raccolto.

GIUSTEZZA

Ho cominciato nel soccorso rosso e non ci pensavo che fosse pericoloso … ero talmente convinta della giustezza di quello che facevo. Era arrivato il momento per cui io non potevo solo ascoltare, ma dovevo anche agire. Questa é stata una cosa che mi ha maturato molto. Penso tante volte di non essere mai stata piccola, ma di essere cresciuta nel mio modo di pensare, che andava aldilà del modo semplice dei bambini.

Nel ‘42 arriva il telegramma che ci comunica la morte di mio fratello Mario in Grecia. Erano solo sei mesi che era partito.

L’Italia andò a invadere la Grecia mal preparata e infatti, i primi mesi fu un massacro per i giovani, giovani che erano semplici soldati di leva totalmente impreparati.

Mi ricordo come fosse adesso che vennero due fascisti, ricordo i loro stivaloni lucidi. Ci spiegarono che il duce voleva che queste notizie venissero date di persona e non con un telegramma.

Quando mi hanno vista piangere, mi hanno sgridata e mi hanno detto che non dovevo piangere perché mio fratello era morto per la patria.

Poi, nel ‘43, non abbiamo più avuto notizie di un altro mio fratello che era in Russia sul Don, e ancora adesso dopo settanta anni non sappiamo che fine abbia fatto … un altro, sul fronte francese, e un altro ad Ancona che è stato poi liberato per primo .

E arriviamo verso il ‘43, quando c’è stato lo sbarco in Sicilia, e loro sono venuti a casa, dopo l’8 settembre.

Dino, il più vecchio, appena tornato dal fronte è stato arrestato come ostaggio, perché mio fratello più giovane, di 17 anni, era stato richiamato e non voleva presentarsi. L’hanno portato in prigione a Reggio Emilia ed è stato liberato solo con il bombardamento.

Dell’8 settembre ricordo una grande confusione.

Si diceva che era stato firmato l’armistizio, e invece Badoglio diceva che la guerra continuava. E’ stata la cosa più vigliacca che potevano fare.

In quelle giornate non si sapeva con chi si doveva fare la guerra. Da una parte è stata data la possibilità ai tedeschi in 24 ore di passare da amici a nemici, e padroni di tutto il nord Italia, dall’altra la possibilità a Vittorio Emanuele III, che era il capo delle forze armate italiane, di scappare e rifugiarsi in meridione.

Questa confusione per l’esercito italiano è stato il massacro.

I ragazzi scappavano dal fronte e non sapevano cosa fare… ragazzi in divisa senza possibilità di difesa.

Quando sono andata ad accompagnare una signora alla stazione di Rubiera, che andava a cercare suo marito, il giorno dopo dell’8 settembre, vedevo i giovani che si buttavano dai finestrini del treno, e si davano alla fuga nelle campagne.

Agli sportelli di uscita c’erano i presidi tedeschi che prendevano i giovani e li ricaricavano sul treno e li portavano in Germania.

Questo avvenimento mi è stato sufficiente per arrivare a casa e iniziare a passare parola … perché questi ragazzi in fuga arrivavano alle case in campagna dove erano meno visti.

LE DONNE

Le donne per me sono state le prime partigiane in Italia.

Perché le donne non erano politicizzate, erano delle mamme, delle spose, delle fidanzate che avevano i loro uomini al fronte. E ad aiutare questi sbandati, perché non sapevano dove andare, gli sembrava di aiutare i loro. Questo sentimento d’amore che le donne hanno, non hanno bisogno che glielo insegni nessuno. Queste donne sono state le prime a capire da che parte stare.

Io dico, e lo confermo, che le donne sono state le prime partigiane e quest’atto d’amore ha creato un’intesa tra le donne.

I giovani sempre di più avevano bisogno del nostro aiuto. Gli uomini scappavano in montagna, ma lassù avevano bisogno di mangiare, di vestire, di dormire. Se non ci fossero state le famiglie ad ospitare e sostenere questi giovani, la lotta partigiana non ci sarebbe stata …

… un movimento spontaneo, un movimento di massa e sostegno … e così la lotta partigiana è continuata, contando sulla forza delle famiglie e in particolar modo delle donne.

Quello che hanno fatto le staffette lo sappiamo: portare gli ordini ai gruppi in montagna, tenere vive le comunicazioni tra i gruppi. Se non ci fossero state loro che tenevano questo collegamento tra le azioni di un gruppo con l’altro, naturalmente con la ferocia dei tedeschi, non sarebbe stato possibile resistere.

DIRITTI – DEMOCRAZIA -PARTECIPAZIONE

La nostra zona è stata piena di massacri. La vicinanza alla linea gotica ha portato a questi massacri. perché i tedeschi volevano intimorire la gente, era diventato un supplizio.

Hitler aveva dato ordine che i tedeschi non dovevano indietreggiare dalla linea gotica, e quindi avevano creato un linea di testa di ponte nella pianura padana e noi eravamo come al fronte. Le nostre campagne e i nostri monti hanno subito i bombardamenti, e tutto quello che subivano le grandi città.

Le nostre azioni venivano accompagnate anche da un discorso politico. Noi pensavamo già cosa avremmo voluto dopo alla guerra. Eravamo giovani e pensavamo veramente di poter avere la situazione in mano, se ci preparavamo al dopo guerra.

La prima riunione a cui ho partecipato con un commissario politico, la ricordo: lungo la strada che va da Masone a Gavassa; l’abbiamo fatta sotto a una pianta per non mettere a rischio nessuna famiglia.

Lì, per la prima volta ho sentito parlare di diritti, d’emancipazione, di diritto al voto e di democrazia. Queste parole le ricordo ancora come se le sentissi ora.

Abbiamo organizzato vere raccolte di cibo, ricordo per il Natale del ‘44 facemmo il passa parola perché tutte le famiglie, le donne , preparassero qualcosa da mangiare per i partigiani. La casa di riferimento per la raccolta era la mia, una casa definita d’accoglienza. Queste iniziative hanno incontrato tanta voglia di partecipazione.

Poi, siamo uscite dalla clandestinità.

Ci avevano detto che ci sarebbero stati i partigiani sul ponte del Crostolo a difenderci, ma io non l’ho mai saputo se c’erano o meno. Noi siamo partite, e si doveva arrivare nel cortile della provincia di Reggio Emilia, dove stava il podestà, una per una, obbligatoriamente, perché due persone erano considerate gruppo.

Duemila donne. Io mi ricordo che eravamo in tante in quel cortile, poi un gruppo di delegazione è andato dal podestà a reclamare il mangiare per i bambini e le famiglie. Nello stesso momento, questo succedeva, in provincia, in diversi altri comuni: Fabbrico, Novellara …

NECESSITA’

E’ stata necessità. Noi, volendo o non volendo, subiamo tutto quello che succede nella nostra storia, nel nostro vivere giorno per giorno. Non è che uno possa estraniarsi e dire, io me ne sto da una parte, non voglio interessarmi di niente. Sono gli altri che vengono a cercarti, sono gli altri che t’impongono.

 

Marzia Schenetti