“Caro Matteo…”

No… non si tratta dell’ennesima lettera a uno dei due Matteo nazionali: Renzi e Salvini.

Con questo articolo, scrivo a Matteo Viviani, inviato de “Le Iene”, per sottolineare un paio di aspetti intrinsecamente ridicoli del servizio televisivo dedicato a un padre che non vede la figlia da 8 anni, perché portata in Croazia dall’ex-compagna.  L’intento è ambizioso, e spero di non soccombere all’Hybris evocata da Eschilo ne “I Persiani” (Serse frusta tracotantemente il mare “nemico”):

 

http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/letteratura-greca/L-et–classica/Eschilo/Le-tragedie.html

Desidero infatti far emergere un elemento grossolanamente ridicolo, all’interno del più noto programma di “ridicolizzatori”.

La vicenda si basa su un fatto certo, e uno opinabile: quello certo è costituito dalle sentenze di entrambi i Tribunali (italiano e croato), tutte favorevoli al padre; quello opinabile dalle dichiarazioni della madre sul carattere violento dell’ex-compagno.

Qui si aprirebbe tutta una serie di considerazioni sulla giustizia formale, su quella sostanziale (anche in evidenza del fatto che un ex sia una “cattiva persona”, ci si può fare giustizia da soli?), sui rapporti uomo-donna in generale, su tali rapporti in fase di separazione e affidamento / collocamento dei figli, eccetera … considerazioni che non desidero fare, perché l’esperienza mi ha insegnato (sono un “padre separato” anch’io) che si tratta di argomenti in cui ognuno vede solamente ciò che vuole vedere, e che le opinioni avverse vengono recepite con fastidio. Un po’ come nella politica, l’ “appartenenza” finisce per “fare giustizia” delle opinioni avverse, e magari anche dei fatti!

I “padri separati” (dai figli) costituiscono comunque un grossolano “rimosso” della Società. E qualunque colpa, o responsabilità, venga loro addossata come “gruppo sociale”, non dovrebbe peraltro esentarci da una solidarietà fattiva verso coloro che sono vittime evidenti di ritorsioni post-coniugali, di avvocati e psicologi affaristi, di tribunali inefficienti e approssimativi. Anche se si trattasse di un uomo soltanto! … perché, a mio parere, non può esistere progresso quando si proclamano “vere vittime” le donne, o gli/le omosessuali, o coloro che hanno subito reati, o i carcerati, i migranti, i disoccupati, i malati, gli invalidi, i morti sul lavoro, gli abitanti delle periferie, ma scapito degli altri, “contabilizzando” addirittura i danni all’interno di ogni schieramento, per rendere retoricamente vincente la propria tesi. La tanto evocata “inclusione” dovrebbe consistere proprio nel farsi carico dei pochi, e al limite dei singoli, senza sminuire e disconoscere le sofferenze e i disagi. (Ho dedicato, nel terzo numero, rubrica “Tracce”, un articolo alla vicenda di Dante Corneli: comunista italiano, prigioniero di Stalin e di Kruscev, per il quale il PCI non fece mai nulla, ed anzi ne “silenziò” la testimonianza al momento del ritorno in Italia, nel 1970, a settant’anni!, probabilmente perché il suo racconto avrebbe sollevato il tema delle responsabilità di Togliatti e dei suoi sodali nei confronti dei progionieri italiani in Russia, e avrebbe tolto un po’ di vigore all’ “irresistibile ascesa” del Partito … ma tutto ciò costituisce, a mio parere, un esempio evidente di come i comunisti NON dovrebbero mai comportarsi.)

Oggi il tema dell’inclusione sta sostituendo quello dell’emancipazione sociale, ed è abbastanza logico: gli “emancipandi” li trovavi già disposti in grandi gruppi all’interno della fabbrica fordista, mentre gli “includendi” li devi andare a prendere, a volte “uno per uno”, nei gangli della Società.

Altrimenti sono chiacchiere.

Ma a proposito di chiacchiere, qual è l’aspetto interessante dell’intervista del buon Matteo Viviani? Il fatto di confessare, durante l’intervista stessa, il suo progressivo cambiamento di parere: il padre della bambina non sarebbe una “vera vittima”, perché, al netto di 8 anni di battaglie legali irrisolventi e di 8 anni di sofferenze personali (ma questo lo dico io, non il buon Matteo), non avrebbe fatto nulla per rivedere la bambina. Ad esempio, non è andato in Croazia e non ha imparato il Croato!

Matteo … Matteo …

Esistono ex-mogli ed ex-compagne che letteralmente inseguono padri “distratti”, affinché si curino dei figli, ma non sembra di questo genere il caso da te (da voi) descritto: è noto a tutti (e quindi dovrebbe esserlo anche ai giornalisti) che quando un figlio viene sottratto per non farlo vedere al padre, ogni volta che il padre arriverà sotto casa, il bambino sarà “misteriosamente” malato. Dopodiché il povero padre potrà tornarsene a casa con le pive nel sacco, avendo perso tempo e denaro, avendo trascurato il lavoro (se ce l’ha), e soprattutto con uno stato d’animo che sicuramente non gli permetterà di ricostruire relazioni durature e serene con altre donne.

Allora, Matteo, facciamo un gioco … Supponiamo che il tuo datore di lavoro (Mediaset, o le aziende che forniscono “prodotti” alle reti Mediaset) apra una sede in barbagia, o presso un paese di maggioranza linguistica albanese. in Calabria e in Sicilia. Il tuo onorario è lì, ma devi trovare l’omino che ti dia il vile denaro. E devi strenuamente confidare di trovarlo, altrimenti dovrai ripassare il mese prossimo, avendo comunque perso l’onorario del mese precedente. Soprattutto, devi essere in grado di dialogare con lui in barbaricino (o albanese). Altrimenti, “non ti riconosce” e non paga. Dai!, che con un po’ di buona volontà e di serenità (non vorrai dirmi che dopo 8 anni d’onorari persi, perderesti anche il tuo proverbiale buon umore … ), le lingue si imparano!

Negli stessi giorni, a causa di un fatto di cronaca: il cabarettista Marco Della Noce, noto soprattutto per le sue presenze a Zelig, che finisce a dormire in auto, in conseguenza di una separazione coniugale, anche il Massimone fazio-nazionale, sì, proprio lui, l’ineffabile Gramellini si ritrova a cimentarsi, forse malvolentieri, col tema dei “padri separati”, argomentando finemente che “per ogni padre che fa il suo dovere ce ne sono almeno due che non pagano gli alimenti”.

Il Massimone, da buon giornalista, si sarà corredato di statistiche inoppugnabili, per fare una simile affermazione. O avrà delle statistiche personali. Ma i “padri separati” segnano un punto a favore: il giornalista più retorico e “buonista” dell’intero palinsesto non trova il modo, per una volta, di ammannirci il suo scontatissimo pensiero, e si fa sopraffare anche lui dall’irritazione e dal qualunquismo. Cattivissimi noi!

 

Gianfranco Domizi