SULLE TRACCE DI DANTE CORNELI

Nell’anno 2000 Cafagna, Foa, Galli, Macaluso, Mafai, Maitan, Mieli, Occhetto e Ripa di Meana scrivevano al Sindaco di Tivoli per intitolare una strada a Dante Corneli, nel decennale della morte.

 

Per chi non fosse addentro le vicende della Sinistra italiana, si tratta di intellettuali ad essa appartenenti, seppure con diverse posizioni, o comunque appartenenti all’area del riformismo progressista, che scrivevano ad un altro membro della Sinistra (peraltro esponente non di primo piano, e ignoto ai più): il Sindaco DS di Tivoli, per l’appunto.

(DS = Democratici di Sinistra è la sigla entro cui era confluita la maggior parte del Partito Comunista Italiano, e rimane a sua volta il maggior affluente dell’attuale PD = Partito Democratico.)

Inutilmente. La strada non fu intitolata.

Ed io, quindici anni dopo (2015), mi incaponivo invece affinché questo potesse ancora avvenire. Ma dove non erano riusciti loro, poteva riuscire un cittadino italiano come tanti?

Tuttavia ci provo ancora, scrivendo per esempio alle Autorità della città laziale in cui vivo (Nettuno), anche perché l’esempio di Corneli dovrebbe essere conosciuto ben oltre lacittà di Tivoli … ED OGGI CHIEDO ALL’IGNOTO LETTORE DE “LINTELLIGENTE”, SPACIALMENTE A CHI ABBIA QUALCHE RUOLO NELLA POLITICA ATTIVA, di prendere anche lui il testimone di quell’iniziativa, e correre questa staffetta con me, e con noi.

Ma chi è stato Dante Corneli, e per quale motivo il gesto simbolico di intitolare una strada, peraltro abbastanza di routine (si intitolano strade pressoché a chiunque), può essere oggi importante, e, soprattutto, può essere finalmente “la cosa giusta”?

Dante Corneli (Tivoli 1900 – Tivoli 1990) è stato un comunista italiano, vittima di incredibili ed inestenuate ritorsioni da parte di Stalin, del suo entourage e, “per inerzia”, anche fa parte del suo successore, l’ “antistalinista” Chruscev: cosiddetta “autocritica”, prigione, deportazione (oltre il circolo polare artico – ! -), confino, lavori forzati.

Come si era cacciato in questo guaio? Antifascista, nel 1922 è costretto a fuggire da Tivoli per aver ucciso il segretario del fascio, e dopo aver peregrinato per tre anni in Europa, approda finalmente in quello che, da comunista, considera il “mondo nuovo”: la Russia post-rivoluzionaria (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, o più brevemente Unione Sovietica).

E’ il 1925, e Corneli pensa evidentemente di potersi ricostruire una vita normale: si sposa e fa politica attiva in Unione Sovietica … del resto, come diceva un vecchio slogan, “Il proletariato non ha nazione”, ed il nostro proletario lo era veramente: aveva cominciato a lavorare a 10 anni, perdendo due dita di una mano. Ma nel fare politica attiva, commette l’ “errore fatale” di parteggiare per Trockij, invece che per Stalin, che sarà invece l’unico vincitore delle lotte intestine al Partito Comunista dell’URSS, e diventerà quindi, a tutti gli effetti, il dittatore che abbiamo imparato a conoscere. La vicenda di Dante Corneli è paradigmatica per due ulteriori motivi:

1) pare che Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, non abbia fatto mai nulla per mediare in favore di Corneli, ed altri comunisti italiani nelle sue stesse condizioni: la teoria in auge per decenni era che intervenire in tal senso poteva generare ulteriori ritorsioni;

2) ma Corneli, che era un vero “resistente” (ed anche, come si dice oggi, un “resiliente”: lo vedremo nel finale dell’articolo), riesce a tornare in Italia mediante due permessi (1965 e 1967), ottenuti attraverso la mediazione di Umberto Terracini, e si darà la missione di sollevare il velo sui crimini sovietici, anche in memoria dei compagni morti nelle carceri.

(Terracini è stato un importante politico del PCI, soprattutto nel dopoguerra; negli Anni Sessanta è oramai ai margini delle decisioni che contano, ma il suo fattivo per Corneli evidenzia la diversità di vedute, anche dentro il PCI, sulla vicenda delle persecuzioni staliniane.)

Dante Corneli ritorna a Tivoli definitivamente nel 1970, e negli ultimi 20 anni della sua vita (1970-1990) pretende “addirittura” di essere ascoltato, per narrare di ciò che aveva conosciuto e dovuto passare personalmente.

Da wikipedia:

Scrive le sue memorie di denuncia dello stalinismo ma non trova un editore disposto a pubblicarle: si rivolge inutilmente nel 1970 a Rizzoli e Mondadori, nel 1973 a Rusconi. È quindi costretto a pubblicare in proprio i suoi opuscoli di ricordi, finché, tramite l’aiuto di Terracini, nel febbraio 1977 può far uscire il libro Il redivivo tiburtino presso la casa editrice La Pietra (…). Rivolge pesanti accuse al gruppo dirigente del Pci (in particolare a Palmiro Togliatti, Paolo Robotti, Antonio Roasio e Vittorio Vidali) per la sua complicità con Stalin. (…). Il libro viene recensito su L’Espresso da Leo Valiani, e nel gennaio 1983 Enzo Biagi invita Corneli in televisione per un confronto con Antonio Roasio.

Nell’Ottobre del 2015, come Prefazione a tre mie poesie sulla vicenda di Dante Corneli, scrivevo su “Tutùm Versi”:

Vorrei qui promuovere una breve riflessione sull’ultimo periodo (1970 – 1990), ed in particolare sul fatto che pur essendo state le sue posizioni anti-stalinistiche obiettivamente propedeutiche al progressivo cambio di rotta del PCI sull’esperienza sovietica, Corneli non sia mai stato considerato, se non da pochi, un gloriosissimo precursore (nonché un grande perseguitato, verso cui dovrebbe essere comunque “obbligatoria” la solidarietà). Insomma, i vertici del Partito hanno fatto di tutto per “silenziare” la sua preziosa testimonianza.

Ebbene, che la storia del Comunismo italiano e internazionale sia piena di equivoci, fraintendimenti, tradimenti, eventi criminali è cosa ben nota, e sarei un ingenuo a non saperlo, e a non averlo saputo fin da giovane. Ma sebbene in posizione personalmente defilata, ho comunque attraversato il Movimento Studentesco, gli studi marxistici all’Università di Roma, la sezione Mazzini del PCI (quella, per intenderci, vicina al Liceo Mamiani e alla RAI, conseguentemente molto “curata” dai dirigenti del PCI).

Come può essere successo che non fossi mai venuto a sapere della vicenda di Dante Corneli per 40 anni? E’ presto detto. Proprio per quel “silenziamento”. (…) Ma se il silenzio che circonda la vicenda di Dante Corneli poteva apparire vagamente comprensibile in un lontano passato di vendette e ritorsioni (…), diventa assordante e veramente inspiegabile alla luce di quei processi di liberazione (Sessantotto, Primavera di Praga), che ben avrebbero potuto consigliare di riannodare irreversibilmente il filo fra Sinistra, Rivoluzione e verità storica. Una questione tutt’altro che “vecchia”, quindi, ed anzi di stringente attualità. (Ed) ho capito irrevocabilmente (proprio grazie a questa vicenda) una cosa: che dove si tenta di “silenziare” le persone, non può esserci Sinistra.

Oggi sono qui per continuare a pagare il mio debito (che sento “mio” in quanto ex-appartenente alla Sinistra italiana, mentre i corresponsabili del “silenziamento” di 30-50 anni fa, alcuni dei quali ancora vivi, non lo sentono evidentemente “loro”, a causa di quella “tirchieria emotiva”, che, evidentemente più del senso di giustizia, appartiene loro).

E desidero onorarlo fino in fondo, con un’ulteriore citazione, dal bellissimo articolo di Federico Bernardini, che purtroppo è venuto recentemente a mancare, in cui si spiega benissimo ciò che ho brevemente anticipato sopra: la “resilienza” di Dante Corneli, che fa di lui una figura non solo coraggiosa e civicamente esemplare, ma anche modernissima.

Fra i tanti aneddoti che potei ascoltare (dalla viva voce di Dante Corneli: NdR) mi piace ricordarne uno, particolarmente significativo e commovente. Durante i lunghi anni di detenzione ebbe, tra i suoi compagni di sventura, un excolonnello dell’Armata Rossa, come lui appassionato di scacchi. La vita a Vorkuta era durissima: freddo, fame, maltrattamenti e lavoro sfibrante nelle miniere a 40 gradi sotto zero … e gli aguzzini non mettevano certo a disposizione dei deportati quanto poteva loro servire per distrarsi durante le brevi ore di riposo.

Occorreva ingegnarsi e Corneli, che aveva ingegno da vendere … e due mani d’oro, benché avesse perso due dita, convinse il colonnello a rinunciare per giorni alla scarsa razione di pane, in modo da poter modellare i pezzi degli scacchi con la mollica. Nel raccontarlo, a distanza di quarant’anni, gli brillavano gli occhi.

Una lezione di dignità e di voglia di vivere, benché nella più spaventosa delle condizioni, che non scorderò mai e paragono a quella delle donne deportate nei lager nazisti che rinunciavano alla razione di burro per usarlo a scopo cosmetico: non lasciandosi andare e conservando la loro femminilità in condizioni estreme, quelle donne avevano più probabilità delle altre di conservare anche la vita.

https://lurlodimunch.wordpress.com/2012/07/10/il-redivivo-tiburtino-dante-corneli-un-italiano-nellarcipelago-gulag/

(Grazie, Federico … .)

 

Gianfranco Domizi