Ricordando Silvana

Quando penso a Silvana, e non v’è giorno in cui non la ricordi, mi chiedo come abbia fatto a vivere così a lungo, immobile a letto, con tutto il dolore che si portava addosso. Un male che negli ultimi tempi era diventato insopportabile, tanto che aveva cominciato a pensare alla Svizzera, dove è legale l’eutanasia.

Ho voglia di vedere le campagne e gli alberi fuggire via, salire in auto e sentire la strada scorrere sotto di me. Fammelo fare questo ultimo viaggio…

Che lei mi chiedesse di aiutarla a morire, dopo tutta la voglia di vivere che aveva sempre dimostrato di possedere, mi destabilizzò. Mi resi conto di quanto fosse a corto di energie quando mi fece notare una scatolina azzurra che teneva in un contenitore pieno di farmaci sopra il comodino, nonostante il nome commerciale fosse di fantasia, non mi ci volle molto per capire che si trattava di morfina.

Era sempre stata attaccata alla vita, Silvana: aveva dipinto, scritto poesie, recensioni per il giornalino della Melagrana, dialogato con chiunque andasse a farle visita, seguito le grevi notizie dei telegiornali per tenersi aggiornata su quel mondo che viaggiava veloce fuori dalla sua finestra. Penso a quanto le piacesse ascoltare le storie delle amiche di sempre, quelle di noi “ragazze”, che con lei avevamo condiviso le prime esperienze lavorative alle Farmacie Comunali, la gioventù, gli interessi culturali in tempi felici: la Sonia la Mara, la Zita, la Brunetta…

Ho svestito i miei pensieri / e li ho lasciati / nudi e indifesi /all’ascolto di orecchie pietose.

Ma forse solo così / si placa il dolore

Il letto di Silvana era adiacente a una porta finestra che si apriva, e ancora si apre, su un bel terrazzo pieno di piante e di fiori. Ogni parete della casa, ogni piccolo spazio, era ed è una mostra variopinta dei quadri che lei aveva dipinto nel tempo. Andare da lei significava per me riempirmi gli occhi di colore, dimenticare i miei problemi e sondare coi nostri discorsi ogni aspetto della vita.

Silvana era un’artista, oltre al colore amava la poesia e per molti anni, fino a quando la malattia glielo permise, fu socia attiva dell’Associazione Scrittori Reggiani.

Penso a colori lontani / quando tinte violente / dipingevano i giorni.

Penso a frammenti di gioia / quando la vita attendeva / gridando promesse

Penso al mio quadro incompiuto / Ora che la mano è ferma…

rimangono solo pallide sfumature.

La mia amica aveva ricevuto la terribile sentenza verso la metà degli anni ’70, dopo un lungo ricovero in ospedale per una cefalea insistente, refrattaria ad ogni terapia: mielite, tempo 10 anni per paralizzarsi completamente e non camminare più, fu la diagnosi terrificante e precisa.  Infatti si paralizzò completamente nel 1985, dopo un paio d’anni che aveva iniziato a camminare appoggiandosi a un bastone.

Ci conoscevamo da molto tempo io e Silvana, ma fu solo quando rimase immobile che scoprimmo di avere una passione comune per la scrittura. Fino  a quando le mani glielo avevano permesso, la sua arte l’aveva espressa coi pennelli, col colore.

Prendemmo dunque l’abitudine a confrontarci, lei con le sue poesie io con le mie storie.

Ci si consultava per suggerimenti, o si cercava l’armonia di una frase poetica, una delle tante che le attraversava la mente durante le infinite ore che passava distesa, immobile nel letto, con la gatta Lucilla accucciata sulle gambe inerti.

Noi, le amiche di sempre, la tenevamo aggiornata  sulle nostre vite e su quella dei nostri figli, sulle apprensioni quotidiane che il vivere  comporta. Lei interloquiva, s’inteneriva, consigliava con modestia, senza piangersi addosso, senza cercare pietismi fastidiosi e inutili. Ancora mi sorprende la sua capacità di distogliere l’attenzione dalla sua malattia per interessarsi d’altro.

Ogni tanto, quando andavo a farle visita, suo marito si affacciava sulla porta:  ah, voi artiste… era solito dire se ci sentiva allegre, o impegnate magari a correggere insieme qualche nostro testo, o a leggere poesie: Cosa avete da ridere? Meglio che me ne vada, che le vostre cose non le capisco, non sono come voi, io…

Per fortuna… gli rispondevo pensando a quanto Giulio fosse indispensabile alla quotidianità difficile di  Silvana.

Ha sempre condiviso il letto con lei e mai l’aveva lasciata  sola; nemmeno aveva chiesto aiuti esterni per accudirla, mai aveva pensato di ricoverarla in qualche istituto.

Finché le condizioni di salute l’ avevano permesso a entrambi, dopo l’iniziale sconcerto di fronte alla terribile malattia  che aveva colpito sua moglie, ogni anno, verso la fine della primavera, l’aveva portata al mare. Avevano preso in affitto un grazioso appartamento a piano terra, in Liguria, a San Terenzio. Tornavano a casa a fine agosto, lei bella e abbronzata, con gli occhi sfavillanti, pieni di quel colore che aveva respirato e del quale si era imbevuta tutta, seduta sulla carrozzella posizionata sulla spiaggia, davanti al mare.

E il mare non è mai uguale,/e l’estate non è mai la stessa /e l’azzurro è liquida distesa di fiordalisi./ Dopo città chiuse/ in gusci d’ostrica /  la vita qui si apre / in luccichio di madreperla.

 Credo fosse il 2007, quando accadde una cosa terribile.

Lui non si sentiva bene ma era partito ugualmente, non aveva voluto sentire ragioni. Con la solita utilitaria e sua moglie seduta al fianco, l’aveva portata al mare, deciso a farle godere anche quell’anno  l’atmosfera dai colori vivaci  che lei amava tanto.

In quei primi giorni di estate Silvana mi chiamò  ogni giorno, io ero in montagna, a Cervarezza con i miei nipoti. Mi diceva che era preoccupata, che suo marito non stava bene, lo vedeva strano, assente.

Giulio sta male, mi disse un giorno allarmata, ha vomitato più volte e poi è svenuto in corridoio, ho chiamato l’ambulanza.

Sapevo quanto fosse  abituata a non perdersi d’animo,  il telefono lo teneva sempre sul letto, per ogni evenienza. Dal Pronto Soccorso suo marito fu dimesso quasi subito, si parlò di congestione, strano perché non mangiava quasi niente, una diagnosi non convinse Silvana.

Fu la cognata assieme al marito che, allertati da lei, li riportò a casa.

Giulio stava sempre peggio, fu subito ricoverato in ospedale. Per giorni interi, devastato da un vomito incessante, senza conoscenza, senza sapere dove fosse, senza una diagnosi, ingaggiò una battaglia estrema con la morte.

Mentre Caterina, una badante ucraina, si occupava di Silvana, lui lottava in un letto d’ospedale contro una malattia oscura che per giorni i medici non riuscirono a diagnosticare.

Poi la diagnosi arrivò, precisa e crudele: encefalite. Su una sedia a rotelle, indebolito e privo di forze, cominciò una lunga e dolorosa riabilitazione.

La badante diventò una presenza costante in casa loro, indispensabile per entrambi, anche se Giulio aveva ripreso a camminare e a occuparsi della moglie quando Caterina, verso sera, se ne andava a casa sua, dove viveva con la figlia.

E gli anni passarono, passarono… fino a quando Silvana cominciò a stare sempre peggio, e iniziò a parlarmi di morte.

Un giorno le dissi sì, barando a me stessa, certa che non volesse morire davvero.

Ero convinta che la nera signora le facesse comunque paura e che pian piano avrebbe lasciato perdere quel progetto angosciante, bastava solo che pensasse a suo marito, che le aveva dedicato la vita. Ero io comunque, che non ero pronta a lasciarla andare…

Facciamo così, mi disse dopo qualche giorno:  se Giulio morirà prima di me e l’unica alternativa rimarrà quella di essere ricoverata in un istituto, tu mi aiuterai  a morire…

Respirai di sollievo: per quanto suo marito non godesse di buona salute non era in pericolo di vita.

Un giorno, dopo essermi accordata con lei per telefono come ero solita fare, andai a farle visita e la trovai più sofferente del solito. Mentre la guardavo con sconcerto, allarmata, mi sorpresi a pensare che la morte era infine riuscita a raggiungerla, stava per portarla via.

La morfina che assumeva in dosi sempre più elevate, era ormai inefficace sul dolore,  aveva la mente offuscata, faticava a parlare, a tenere la concentrazione.

Le sue abili mani, quelle  con le quali aveva dipinto quadri meravigliosi, pieni di colore, e scritto poesie che ne raccoglievano i messaggi, da qualche tempo non le servivano più, nemmeno per mangiare.

Silvana ci lasciò il 20 giugno 2016, in una giornata piena di quei colori che lei aveva tanto amato. La morte che le aveva visto addosso se l’era  portata via davvero, togliendola al dolore, librandola in  quel  viaggio misterioso che da qualche tempo bramava di fare.

Ero andata a trovare la mia amica solo un paio di giorni prima della sua dipartita. Ricoverata in ospedale, in terapia intensiva, con la mascherina per l’ossigeno, attaccata ad una macchina che l’aiutava nelle funzioni essenziali, mi aveva riconosciuta  e cercava di parlarmi: toglimi questi aggeggi di dosso, stacca la spina, lasciami andare…ero sicura che mi stesse dicendo senza voce e con gli occhi sbarrati. Provai a rincuorarla, ma non riuscii a trattenere le lacrime. Impotente davanti al suo strazio, scappai via singhiozzando forte. È  una parente? mi aveva chiesto l’infermiera in servizio nel reparto. Scossi la testa, incapace di parlare. Non ne avrà per molto… disse provando a consolarmi.

Silvana è stata per me, e credo per tutti coloro che l’hanno conosciuta, una grande maestra. Ci ha insegnato a non lamentarci, a sopportare il dolore, a vivere provando a gioire delle piccole cose.

Non so se esista il Regno dei Cieli,  o la legge del Karma, so che le prove dolorose e difficili che la vita le ha posto le ha superate tutte. E che nel mondo dell’oltre vi è entrata con tutti i diritti.

E Giulio?

Ecco, mi aveva detto in quel triste giorno, mentre l’accompagnavo alla Croce Verde per sostenerlo nell’esecuzione di tutte quelle formalità pratiche e burocratiche che ogni morte comporta, mi mancava solo di rimanere vedovo!

Mi stupì che non avesse pensato in modo concreto ad una simile eventualità.

Ero abituato a lei, ho vissuto in sua funzione, aveva aggiunto di fronte al mio silenzio.

Sono andata a fargli visita qualche volta, ci siamo anche incontrati in città per bere un caffè insieme, per fare qualche chiacchiera. La casa è vuota senza di lei, sono solo, mi dice Giulio con voce sobria. Mi racconta che ha rinunciato all’ospitalità di sua sorella perfino nel periodo estivo, ha voluto rimanere nella sua casa da solo.

Per fortuna ho Lara che mi fa compagnia, mi dice presentandomi la sua gattina tricolore.

Silvana aveva fatto in tempo a conoscerla, quella micetta che si chiama come mia figlia.

Sai, è la vita che è fatta così…. mi dice mentre mi accompagna alla porta del suo ordinatissimo appartamento.

Tre mattine a settimana Caterina la badante va da lui a pulire, a tenere in ordine.

Sono stato fortunato ad avere avuto un’infanzia felice, avevo una bella famiglia, mi ha permesso di affrontare tutto senza cadere in depressione, sostiene con convinzione.

Sto bene, non ho sensi di colpa, ho fatto quello che dovevo fareanche lei l’avrebbe fatto per  me…

Parole che fanno meditare.

 

Franca  Giaroni