Intervista a Max Pietricola

Abbiamo dedicato il numero scorso della Rubrica “Tracce” ad Enzo G. Castellari, cineasta romano vivente … tuttora operoso, ma particolarmente attivo negli anni ’70, nel “poliziottesco” (poliziesco all’italiana) ed altri film “di genere”. Alcuni film di Castellari hanno incassato molto, sia in Italia che negli Stati Uniti, e rappresentano comunque dei “cult”: il celebre “Bastardi senza gloria”, di Quentin Tarantino, per esempio, è un fantasioso remake di “Quel maledetto treno blindato”, di Enzo. Continuiamo il tema con Max Pietricola, giovane regista laziale (Latina, 1986), che conosce bene Castellari, sia personalmente che artisticamente.

 

1) Max, ci parli del tuo personale percorso artistico (Pietricola è musicista, oltre che cineasta: NdR), e di come si sia incrociato con quello di Enzo G. Castellari? In particolare, come è stato l’incontro. e come è tuttora il confronto, con un regista più vecchio di quasi 50 anni? Cosa ti ha insegnato Enzo?

L’incontro è stato in parte casuale e in parte “cercato”. Avevo scritto un film, nel 2008, che era un omaggio ai classici “polizieschi all’italiana” (“poliziottesco” è un termine improprio che io non amo), quello che poi sarebbe stato il mio primo lungometraggio da regista col titolo “Blue Lavender”. Enzo era da sempre per me (e non solo) il maestro assoluto di quel genere, ed avevo scritto un ruolo nel mio piccolo film che avrei voluto proporgli di interpretare. Sarebbe stata una bella quadratura del cerchio, insomma. E il caso volle che un mio amico, l’attore Teo Simone, venuto a sapere di questo mio progetto mi disse di conoscere il Maestro. Così lo incontrammo, parlai con lui e la prima cosa che mi colpì fu la straordinaria disponibilità che Enzo manifestava – e manifesta ancora oggi – nei confronti dei ragazzi … soprattutto quelli impacciati e desiderosi di imparare il suo mestiere, come ero io. Una qualità molto rara che nel corso degli anni ho ritrovato solo nei “grandi” del Cinema d’oltreoceano. Poi girai il mio film, con Enzo tra i protagonisti.

E da lì è iniziata un’amicizia che adesso dura da quasi dieci anni. E in questi dieci anni Enzo davvero è stato un maestro, per me. Mi ha fatto conoscere la dimensione più ampia del Cinema. Perché lui, da grande professionista, lavora a qualunque progetto come se fosse uno dei suoi gloriosi set degli anni 70.

E grazie a lui ho imparato di tutto, da come si compila un piano di lavorazione a come si gestiscono i reparti … tutte cose che prima, con i miei compagni di avventure giovanili, ignoravamo tranquillamente o improvvisavamo giorno per giorno in pieno stile “indie”. E poi ancora siamo stati insieme su set straordinari, Enzo mi ha portato come assistente sul set di “Bastardi Senza Gloria” di Quentin Tarantino in quelle settimane in cui lui lavorava al suo cammeo nel film … so che ne hai parlato nel tuo precedente articolo. Eravamo lì, c’era anche suo figlio Andrea (che è un altro grande professionista del settore), ed è stato uno dei momenti più belli della mia vita professionale.

2) Parlare di Enzo e di Max significa anche parlare di due epoche reciprocamente lontane. Negli anni ’70 ovviamente tu non c’eri, ma ti sarai fatto sicuramente un’idea della differenza con oggi. Mi piacerebbe che tu sviluppassi questo tema con almeno tre brevi pensieri (l’argomento sarebbe lungo, lo sappiamo entrambi), su almeno tre argomenti: a) produrre un film ieri, e produrlo oggi; b) le nuove tecnologie; c) la distinzione fra “film d’autore” e tutti gli altri: “commerciali”, “di genere”, “b-movie”, eccetera.

 Per rispondere a queste domande non basterebbero interi manuali di teoria. Ad ogni modo, volendo tentare di essere sintetici, possiamo dire che la grande differenza tra il Cinema del passato e il Cinema di oggi sta proprio nel concetto di “produzione”. Una volta era semplice: il “produttore” era la persona che fattivamente investiva risorse, con cognizione di causa, nella realizzazione di film. E questo non per pura filantropia, ma perché il Cinema era un business redditizio, a diversi livelli. Oggi la figura del grande “produttore”, l’investitore unico alla Ponti o alla Dino DeLaurentiis in grado di muovere capitali e accompagnare un progetto cinematografico dall’inizio alla fine, è sostanzialmente in via d’estinzione (particolarmente in Italia).

E questo per tanti motivi: perché il Cinema è in un periodo di stagnante decadenza, perché la pirateria lo sta dilaniando e perché l’interesse del pubblico si sta spostando su altri settori di intrattenimento. A riempire il vuoto lasciato da queste figure granitiche adesso ci siamo noi, produttori indipendenti (che a volte siamo anche registi e/o sceneggiatori). E siamo gli ultimi rimasti – o quasi – a tentare di portare avanti la bandiera, sul piano prettamente artistico. Dall’altro lato come principali interlocutori abbiamo i grandi gruppi di investimento o gli enti che gestiscono gli investimenti pubblici, che costituiscono le principali fonti di credito. Per cui tutto si riduce al teatrino, spesso anche abbastanza surreale, di lunghi pellegrinaggi in giro per il mondo in cui tu – produttore indipendente – cerchi di convincere investitori e partner da tutto il globo che il tuo progetto sia migliore di altri duecentomila progetti di altrettanti produttori che bussano alla loro porta. E il problema è che se anche il tuo progetto lo è, migliore degli altri duecentomila, spesso e volentieri capita che le persone con cui ti trovi ad interloquire non sono in grado di comprenderlo, perché magari sono anche politici (o facenti funzione) illuminati o investitori alla Gordon Gekko… ma di Arte non ne capiscono granché. E quindi sì, un’altra grande differenza con gli anni 60/70 credo sia questa: se adesso scegli di fare il mestiere del Cinema è perché davvero lo senti che ti pulsa nelle vene … ma sono talmente tanti i grattacapi che se non hai una passione forte a sorreggerti, allora il gioco non vale la candela. Per intenderci: noi, la Dolce Vita, non l’abbiamo mai neanche vista passare.

Per quanto riguarda le tecnologie invece: certo, l’avvento del Cinema Digitale ha segnato uno spartiacque senza pari. Adesso si possono produrre buoni film con una qualità fantastica a costi decisamente inferiori rispetto al passato. E questo teoricamente sarebbe un bene. Ma devi anche valutare il rovescio della medaglia: proprio perché adesso chiunque può comprare una videocamera di altissima qualità e pubblicare online (e quindi diffondere su scala mondiale) il proprio film, chiunque si è sentito in diritto di iniziare a farlo. E chiunque si sente in diritto di farsi chiamare filmmaker. Di conseguenza: le file dei duecentomila alle porte di cui sopra. È un cane che si morde la coda, insomma. I miei maestri però, Enzo in primis, mi hanno sempre insegnato che l’Arte non è mai un processo democratico, ma sempre e solo meritocratico. E mi pare di capire che il tempo gli stia dando ragione, perché di Arte ultimamente se ne vede davvero poca.

Per chiudere … l’ultima domanda che mi ponevi sulla differenza “cinema d’autore vs cinema di genere” (e so che tu me lo chiedi in modo provocatorio) è un leitmotiv che circola da decenni, ma per me è sostanzialmente mal posta. Perché la definizione vigente di “cinema d’autore” è frutto di un cortocircuito comunicativo e io la rigetto per un motivo molto semplice: premesso che dovremmo prima accordarci sulla definizione di “autore”… ma, in ogni caso, un film è “d’autore” se a realizzarlo è quello che possiamo definire – appunto – un autore. Stop. I film di Hitchcock sennò come vogliamo inquardarli?! E quelli di Kubrick? Quelli di Sergio Leone, poi? Non può esistere una categoria specifica, perché se un film di un qualunque genere è fatto da un grande autore … è anche un film d’autore.

Se vogliamo tornare coi piedi per terra, dovremmo dire che quello che genericamente viene definito come “film d’autore” dovrebbe in realtà chiamarsi “film d’Arte” (Art Movies, li chiamano in America). In pratica quei piccoli film che è spesso difficile inquadrare in un genere ben definito e che, come diceva Gaber: “se annoiano son di Sinistra”. Ma – battute a parte – anche in quei casi, è una distinzione pro forma, spesso volta a tutelare alcuni autori “veri” che tentano vie alternative, magari anche sperimentali o semplicemente più intime. Quello che facevano Antonioni, Fellini, Godard o Truffaut una cinquantina di anni fa, per intenderci. E dopo di loro Spielberg, Lucas, Coppola e Scorsese con i loro film più “indipendenti”.

Ora, se vogliamo contrapporre i “film d’Arte” ai “film di genere” (o a qualunque altra categoria fittizia) possiamo anche farlo, per un puro gioco intellettuale … ma resta comunque una distinzione sterile. Anche perché, come dicevo prima, se stiamo parlando di Cinema fatto bene allora i piani si sovrappongono totalmente. Per dire: Enzo è considerato da molti come uno dei più grandi maestri italiani di “cinema di genere” … o di “b-movies”, come dice affettuosamente Tarantino. Io stesso all’inizio di questa intervista ti ho detto che è stato uno dei maestri “di genere” a cui mi sono ispirato.

Questo perché ha realizzato dei grandi polizieschi, dei grandi western, dei film di guerra … addirittura una intera trilogia di fantascienza post-atomica. Ma non va dimenticato che è anche un artista, e un vero autore.

E se vai a guardare i suoi film, soprattutto quelli del decennio ’73-’83, tra i vari divertissement (“Bastardi senza Gloria”, “Scaramouche”, etc.) trovi delle perle come “Il cittadino si ribella”, “Keoma”, “Tuareg”, film che sono di una profondità emotiva e di una tensione, anche civile, da far impallidire tanti suoi contemporanei “impegnati”. E questa tensione Enzo riusciva ad infonderla anche in film di successo al botteghino, che parlavano al grande pubblico.

Per cui, come fai ad inquadrare un film come “La Polizia incrimina, la Legge assolve” solo come film “di genere”?! Tra parentesi… Il fatto, poi, che Enzo sia stato uno dei primi autori italiani  a registrare un incasso di oltre cento milioni di lire con un film in patria, e l’unico italiano (credo) a raggiungere il 5° posto della classifica di Variety negli States qui da noi tendono a dimenticarselo. Chissà come mai.

 

3) Chi volesse conoscere la produzione di Max Pietricola, come può fare? Attraverso quali media e circuiti? E per finire la domanda classica: … “progetti futuri”?

Parli della mia produzione cinematografica da regista? Se sei un tipo avventuroso, le cose più recenti le trovi in giro nel circuito dei festival. Al momento sto appunto preparando un cortometraggio per il Festival de Cannes. Il mio lungometraggio “Blue Lavender”, invece, è stato acquisito da una società di distribuzione di Los Angeles e ci stiamo impegnando per portarlo anche in Italia prossimamente.

Per quanto riguarda la mia “altra vita” poi, da musicista, ho ripreso a lavorare come compositore dopo un periodo di pausa. Ho pubblicato alcuni singoli negli ultimi anni con una distribuzione americana, si trovano su tutti i maggiori store online (da iTunes a Spotify). E sto collaborando con vari artisti tra cui Lavinia Desideri, una cantante romana di grande talento, mentro ho in cantiere un nuovo album che dovrebbe vedere la luce entro fine anno. E nell’ultimo periodo ho lavorato molto come sceneggiatore e produttore. Come principale “progetto futuro” abbiamo in preparazione un’impresa molto ambiziosa: un film che ho scritto e che produrrò con la mia compagnia indipendente, la cui regia sarà proprio del maestro Enzo G. Castellari.

Ed abbiamo già un cast straordinario, con nomi importanti dall’Italia e dagli Stati Uniti, primo fra tutti il grande Franco Nero. Ma non posso dirti molto altro a riguardo, per il momento … salvo che dopo essere stato a Cannes e al Festival di Venezia, per incontrare alcuni dei nostri partner esteri, credo davvero che sarà un’avventura fantastica.

 

Grazie, Max, per aver dato in sole tre risposte una gran quantità di informazioni e opinioni, che, sono sicuro, desteranno interesse nei nostri lettori.

 

Gianfranco Domizi