Sulle tracce di Pasolini

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Paradossalmente, nonostante Google e wikipedia, è proprio la notizia a non essere più adeguatamente rintracciabile: non che manchino le tracce (anzi: tutto si conserva), ma finiscono addirittura per essere troppe e confuse … una mandria di cavalli imbizzarriti al galoppo, che sovrastimola e confonde l’opinione pubblica: la notizia “muore” per avvento delle notizie successive, che appaiono slegate alle precedenti (quando spesso non è così). Meno male che c’è lintelligente!

 

Il 24 Agosto del 2017 (pochi giorni fa, quindi) verrà forse ricordato per il blitz “di Piazza Indipendenza”, a Roma. Trattasi in realtà di via Curtatone: veniva cioè sgomberata con la forza l’ex sede di Federconsorzi, occupata da mesi e mesi da un centinaio di persone, prevalentemente migranti da zone di guerra (etiopi ed eritrei).

Il posto (lo dico per i non-romani) è centralissimo, giacché si situa a metà fra la Stazione Termini (100 metri) e il Consiglio Superiore della Magistratura (50 metri), ovvero, paradossalmente, dall’emblema del diritto in Italia. Tuttavia, considerando che l’area di degrado si era estesa inevitabilmente ai giardinetti antistanti, la dizione “sgombero di Piazza Indipendenza” è comunque corretta.

I dati oggettivi sono quelli scritti dal vostro cronista, nonché “ricercatore di tracce”: i migranti come maggioranza degli occupanti, l’illegalità dell’occupazione (ovviamente)  ed il degrado (in termini di sicurezza ed igiene, forse anche di racket degli ingressi, tutto ben documentato dai media) … lo sgombero, come dice del resto il termine, è avvenuto mediante un’azione di forza, che ha determinato una risposta degli occupanti, parimenti basata sulla forza (ed anche questo è ovvio, o quasi).

Sui dati interpretabili, ed in particolare su come si dovesse risolvere il problema, su come risolvere problemi similari, e soprattutto su come prevenirli, l’opinione pubblica si è spaccata, anche perché ben fomentata dai soliti politici in cerca di consenso e visibilità.

Non è interesse del vostro cronista dire la sua, né sul tema, né sulle argomentazioni dei politici e dell’opinione pubblica, bensì rilevare che, come nel detto ben noto: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”, la discussione è slittata velocemente dall’accoglienza, dall’asilo, dalla povertà, dalla legalità, dalla sicurezza, dal degrado e simili (argomenti importanti e meritevoli di approfondimento e dibattito), al comportamento violento della polizia e dei migranti stessi.

Ma è chiaro che screditare la polizia o i migranti serve per riproporre più sbrigativamente, mediante gli strumenti dell’indignazione, della retorica e dell’indignazione retorica, le “ragioni di partenza” (degli uni e degli altri).

Tutto estremamente prevedibile, quindi, ed anche noioso (per quanto riguarda le opinioni, perché di mezzo, non dimentichiamolo, c’è comunque il benessere delle persone), ad eccezione dell’esito mediatico, estremamente incisivo, quasi una sceneggiatura, e che sarà probabilmente quello che ci resterà: il simbolo del “poliziotto cattivo”, inchiodato alle proprie parole dalla cattura di un frammento audio-video (“Se tirano qualcosa rompetegli un braccio”), e quello del “poliziotto buono”, celebrato in una foto ormai “virale” (mentre tenta di consolare con una carezza una donna in lacrime).

I simboli arrivano con efficacia anche perché la considerazione della gente verso le Forze dell’Ordine è spesso controversa: si tratta di poveretti che rischiano la vita, o comunque la sprecano in un quotidiano faticoso e pericoloso, per difendere tutti noi, ed in cambio di quattro soldi? … maniaci e delinquenti che hanno avuto modo di sublimare i propri istinti aggressivi, in alternativa alla propria stessa delinquenza? … servi della borghesia e del capitale? … impiegati statali come tutti gli altri? (Ciò al netto di episodi effettivamente sospetti, o peggio, come i casi Uva e Cucchi, o i fatti della Caserma Diaz.)

La controversia è antica, ma non è stato difficile mettersi sulle tracce di Pasolini, che commentò i fatti di Valle Giulia (ovvero gli scontri fra studenti e polizia del 01 Marzo 1968, determinati dalla volontà dei primi di ri-occupare la facoltà di Architettura, sgombrata dai secondi), con un’indimenticata ed indimenticabile poesia, “Il PCI ai giovani” … di cui riproduciamo un frammento, invitando peraltro alla lettura integrale:

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?h=0

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

Tema antico, dicevamo, scottante provocazione (ricordiamo “Il PCI ai giovani” come la più famosa fra le poesie di Pasolini), versi pervasi da spirito poetico quieto e vibrante.

Ed una profezia: l’urgenza del cambiamento sociale fatta propria, oramai (in modo più o meno credibile e sincero), dai figli della borghesia (e quindi dalla borghesia), più che dal proletariato, legittimo portatore da oltre un secolo. Ma questa è un’altra storia. (O no?)

 

Gianfranco Domizi