La tragica favola di Giulia

gioco dazzardo rouletteQuesta rubrica è lo spazio dedicato al racconto di storie di persone che direttamente o indirettamente portano la testimonianza di un disagio, che spesso è anche lo specchio della demagogica società in cui viviamo, demagogica proprio perchè produttrice stessa dei mali che poi tenta di risanare.

Nella prima storia che vi proponiamo si parla della dipendenza al gioco, la ludopatia, e ce ne narra GIULIA.

GIULIA

Ci siamo date appuntamento per l’intervista qualche giorno prima. Punto d’incontro, un parcheggio a metà strada nella bassa reggiana.
Ci siamo riconosciute immediatamente nonostante fosse la prima volta che ci vedevamo, mi aveva detto di avere riccioli neri, che ho intravisto subito scendendo dalla mia auto.

Giulia è una bellissima donna di quasi cinquantanni, in realtà sembra una ragazzina e su questo mi sono fatta una teoria che le ho esposto al termine della nostra lunga chiacchierata.

Il suo volto minuto è incorniciato perfettamente da quei riccioli neri,  quasi volessero proteggerne gli occhi, guizzanti, che hanno anticipato ogni parola.

Il corpo, apparentemente esile, mi ha dato subito l’idea di un’energia composta, mentre la delicatezza di Giulia è emanata nei modi; per tutte le ore passate insieme, gesta leggere e morbide accompagnate da un fiume di parole espresse sempre con un’infrenabile dolcezza, nessuna scomposta esternazione, nessun cenno di rabbia e di odio.

 

Io e Filippo avevamo una vita perfetta. Ci siamo sposati e creato la nostra famiglia mettendo al mondo due bellissimi figli e poi abbiamo creato un’azienda tutta nostra e molto innovativa per quei tempi, i primi anni 2000.

Lavoravamo tantissimo, dodici, tredici ore al giorno, sempre fianco a fianco, investendo tutto, tempo, energia e anche tutti i guadagni li rinvestivamo nella ricerca e nella crescita della nostra società. Dio mio quanto abbiamo lavorato….

… Così tanto, al punto che la nostra realtà lavorativa è diventata molto appetibile, come un vero gioiello, e una grossa azienda estera ha iniziato a farci la corte. Si sono presentati e ci hanno proposto una somma da capogiro… un po’ come vincere alla lotteria.

Un milione di euro!

Abbiamo accettato. Trovarsi a trentanni in una situazione del genere non può che essere o un sogno o una favola.

La condizione iniziale era che noi però uscissimo dall’azienda, ma con quella cifra, non era certo un problema.

 L’azienda non era però così facile da gestire, non era un caso o una perversione che io e Filippo ci passavamo 12 ore al giorno. Il controllo di ogni cosa era indispensabile, così il nuovo proprietario, si trovò presto in difficoltà e poco dopo qualche mese ci richiamarono proponendoci due buoni contratti come dipendenti per la gestione interna e tecnica.

Doppia favola… una somma da capogiro e due sostanziosi stipendi.

Io e Filippo abbiamo sempre avuto compiti ben distinti sia al lavoro che riguardo la gestione familiare.

Al lavoro avevamo le due scrivanie una di fronte all’altro, ma ci occupavamo di settori completamente diversi.

Per la famiglia, io mi occupavo della casa e dei figli, Filippo mi dava 2000 euro al mese che mi dovevano servire per per ogni spesa: cibo, cure, scuola, hobby, vestiti, ovviamente per tutti noi; Filippo si occupava delle auto, bolli, assicurazioni, e della gestione bancaria.

Il milione di euro l’avevamo messo al sicuro, con un buon tasso e le firme di entrambi.

 Avevamo una bellissima casa, con un fantastico e rigoglioso giardino  che avevo fatto proprio io.

Oltre a questo conducevamo una vita tranquilla e normale, niente di esagerato o eclatante, nonostante la fortuna che ci era toccata.

La vita ci scorreva perfetta, anche con Filippo andavo d’accordo, e nonostante i tanti anni che condividevamo, ci cercavamo affiatati per i nostri momenti di intimità tutti i giorni, come se il tempo non ci avesse mai sfiorato.

Dormivamo in stanze separate, avevamo allestito una zona in mansarda dove Filippo si coricava a dormire, ma mai senza prima aver fatto l’amore con me.

 Iniziai però ad avere voglia di fare una bella vacanza tutti insieme, un viaggio che non avevamo mai fatto… di certo non ci mancavano le possibilità…

Ho espresso questo mio desiderio a Filippo dicendogli che dopo tutto il nostro impegno, era ora che ci godessimo un po’ la nostra vita!

Da quel momento Filippo iniziò ad essere irrequieto. Quando al mattino salivo in mansarda per sistemare la stanza, il suo letto sembrava un campo di battaglia, le coperte annodate tra loro, il materasso scoperto.

Rientrava sempre più tardi e al lavoro lo vedevo una manciata di minuti, davanti a me, al computer, poi aveva sempre qualche esigenza esterna, un fornitore, un cliente da vedere. Usciva e non lo vedevo più fino a sera… o a notte…
Sempre più nervoso e sfuggente.

Poi a un certo punto, Filippo non riesce neanche più ad avere un’erezione e considerata la qualità del rapporto che avevamo avuto fino a quel momento, non era certamente normale.
Per me non era comprensibile e neppure accettabile e dopo le mie insistenze andammo da un medico. Gli diede un farmaco da prendere… ma il problema non si risolse.

Una nuvola nera si era messa proprio sopra di noi e nonostante ne sentissi la pesantezza dell’ombra, non potevo neppure immaginare il perché …

 In quel periodo iniziarono anche le telefonate strane di mia madre, pressanti, costanti, per me incomprensibili.
”Giulia tutto bene?… Avete bisogno di qualcosa?”

Io rispondevo quasi seccata: “Ma mamma secondo te… mi può mancare qualcosa?”

Poi una mattina mi chiamò mio fratello e mi disse che aveva prestato 65000 euro a Filippo, in due volte.

“Ma come? Perché? Noi abbiamo tantissimi soldi e poi perché me lo dici ora?”

Mio fratello mi raccontò che Filippo l’aveva pregato di non dirmi niente, per non mettermi preoccupazioni inesistenti, e che i soldi gli servivano solo momentaneamente per movimenti e spostamenti di denaro.

Aspettai il rientro di Filippo, un rientro ormai divenuto abitualmente tra la sera e la notte.

Lo incalzai subito, ancora sulla porta.

“Perché hai chiesto soldi a mio fratello?”

Ricordo che il suo volto si sfracellò per terra… ma oggi, posso dire che mi raccontò solo un millesimo della verità.

Smorzai seccatamente le parole di Filippo che uscivano come uno sputo piagnucoloso e gli dissi “Dimmi solo una cosa. Quanti soldi ci restano?”
Zero, fu la risposta.

Tutta la verità, forse non la saprò mai, ma da quel momento, ogni giorno è stato un incubo.

Del milione di euro non era rimasto nulla, Filippo era riuscito a farselo smobilizzare e mettere su un altro conto, per prosciugarlo poi, giorno dopo giorno,  fino all’ultimo centesimo.

Ma, tutto a rate, come oggi mi si presenta la vita, è arrivato man mano anche ogni ulteriore tassello.
Debiti. Debiti. Debiti ovunque.
Filippo, finiti i soldi, ha aperto debiti con finanziarie, mutui con banche, ed esaurite anche quelle risorse ha iniziato a chiedere prestiti alle persone, fino ad arrivare ai miei stessi familiari.
Il farmacista, il benzinaio, il fruttivendolo, chi non aveva prestato soldi a Filippo o chi non gli aveva fatto credito?

 Avevo vissuto anni a fianco di un estraneo. Non mi ero mai accorta di nulla. Filippo mi aveva sempre dato, tutti i mesi, quei duemila euro per le spese familiari e io vivevo una favola inesistente.
Pensavo che facesse, a volte per divertimento, qualche partita al bar, con gli amici, perché capitava di tanto in tanto che portasse a casa, festoso, un salame o un panettone, una forma di formaggio…
Ero così lontana dalla verità, che una volta arrivò a casa con un assegno, aveva vinto 2000 euro…
Non potevo che esultare e congratularmi con lui. Bravo tesoro!

Ho saputo nel tempo che ogni volta che gli davo in mano dei soldi per pagare qualcosa, gli stessi scendevano poco dopo dentro a una scatola di metallo. E i debiti crescevano.
La sua malattia, le slot e non quelle delle monetine, ma quelle da puntate minime di 50 euro a colpo.

Tutto è degenerato in un insieme e ogni cosa ha avuto la sua impietosa verità!
La dipendenza di Filippo era tale da renderlo irrefrenabile, compulsivo in ogni decisione.

Gli piacevano le macchine di lusso, le sfoggiava, le cambiava e aveva voluto a tutti i costi prenderne una anche per nostro figlio.
Poco dopo gliela chiese con una scusa… non l’abbiamo più rivista.
L’aveva venduta e spesa.

Ho vissuto da sola al fianco di un estraneo. Credevo di essere dentro ad una favola, e lo era.

Abbiamo avuto una fortuna che può toccare veramente a pochi. Eravamo  giovani e vincenti. Filippo ha distrutto pezzo per pezzo tutto, alle mie spalle, sulle mie spalle, su quelle dei nostri figli. Tutto.
E non è la questione economica quella predominante ma proprio quel senso di solitudine che mi ha avvolto nel capire che sono stata con un uomo che mi ha mentito per anni, per lunghi sette anni. Sette anni di menzogne, e oggi  penso  a quanto l’ho aspettato, quanti giorni sola, quante sere sola seduta al tavolo di una cucina vuota, quante notti ho fatto l’amore con un uomo che era un estraneo.

Non è mai stato dove credevo fosse e molto probabilmente non ero neanche l’unica donna.

Quante bugie…  solo un enorme montagna di bugie!

 Ricordo che quando da fidanzati presentai Filippo alla mia famiglia, mio padre gli disse “A questa ragazza puoi fare di tutto, ma non mentirle mai!”

Giulia, quella sera, anche solo di fronte ad una verità parziale, chiese e impose subito la separazione. Da lì a pochi mesi andarono dall’avvocato e si separarono, ma questo è l’inizio di un’altra storia e un altro tema con cui questa rubrica vi da appuntamento per il prossimo numero.

Marzia Schenetti